1909 Cause della irreligione del proletariato [Lafargue]

Traduzione dal francese di Fabienne. Estratto di: Il determinismo economico di Karl Marx: ricerche sull’origine e l’evoluzione delle idee di Giustizia, di Bene, dell’Anima e di Dio, di Paul Lafargue (V. Giard ed E. Brière, Biblioteca socialista internazionale, 1909).

I numerosi tentativi fatti in Europa ed in America per cristianizzare il Proletariato industriale si sono rivelati un completo fallimento; non sono riusciti a trarrlo dalla sua indifferenza religiosa che si diffonde man mano che la produzione meccanica arruola nuove leve di contadini, artigiani e piccoli-borghesi nell’esercito dei dipendenti.

Il modo meccanico di produzione, che genera nel borghese la religiosità , crea invece l’irreligiosità del proletario.

Se è logico che il capitalista creda ad una provvidenza attenta ai suoi bisogni, ed ad un Dio che l’ha eletto tra migliaia di migliaia di persone per colmare di ricchezze la sua pigrizia e la sua inutilità sociale, è ancora più logico che il proletario ignori l’esistenza di una providenza divina, poiché sa che nessun Padre celeste gli darebbe il pane quotidiano se lo pregasse dalla mattina alla sera, e che lo stipendio che gli procura le prime necessità della vita, se l’è guadagnato con il suo lavoro; ed egli sa troppo bene che se non lavorasse, creperebbe di fame nonostante tutti i Buon-Dii del cielo e tutti i filantropi della terra. Il salariato è a sé la sua provvidenza. Le sue condizioni di vita rendono impossibili la concezione di un’altra provvidenza: non ha nella sua vita, come il borghese nella sua, di questi colpi di fortuna che potrebbero per magia trarrlo dalla sua triste situazione. Salariato è nato, salariato vive, salariato muore. La sua ambizione non può andare al di là di un aumento di stipendio e di una continuità di stipendi durante tutti i giorni dell’anno e durante tutti gli anni della sua vita. I casi e le probabilità imprevisti di fortuna, che predispongono i borghesi alle idee superstiziose, non esistono per il proletario; e l’idea di Dio non può apparire nel cervello umano che se la sua venuta è preparata da idee superstiziose di qualsiasi origine siano.

Se l’operaio si lasciasse trascinare alla credenza in questo Dio, di cui sente parlare intorno a lui senza portarci nessuna attenzione, comincerebbe con interrogare la sua giustizia, che gli ha dato solo lavoro e miseria; l’avrebbe in orrore ed in odio e se lo rappresenterebbe sotto la forma e la specie di un borghese sfruttatore, come gli schiavi neri delle colonie, che dicevano che Dio era bianco, così come i loro padroni.

Certo il salariato, non più del capitalista ed i suoi economisti, non si rende conto della marcia dei fenomeni economici e non si spiega perché, tanto regolarmente quanto la notte succede al giorno, i periodi di prosperità industriale e di lavoro ad alta pressione sono seguiti da crisi e disoccupazioni. Questa incomprensione che predispone lo spirito del borghese alla credenza in Dio, non ha lo stesso effetto su quello del salariato, perché occupano delle situazioni diversi nella produzione moderna. Il possesso dei mezzi di produzione dà al borghese la direzione senza controllo della produzione e dello scolo dei prodotti e, di conseguenza, lo obbliga a preoccuparsi delle cause che li influenzano: il salariato, al contrario, non ha il diritto di inquietarsene. Non partecipa né alla direzione della produzione, né alla scelta ed all’approvvigionamento delle sue materie prime, né al modo di produrre, né alla vendita dei prodotti; deve solo fornire lavoro come una bestia da soma. L’ubbidienza passiva dei gesuiti che solleva la verbosa indignazione dei liberi pensatori è la legge nell’esercito e la fabbrica. Il capitalista pianta il salariato davanti alla macchina in movimento e carica di materie prime, ed ordinagli di lavorare; diventa un ingranaggio della macchina. Ha nella produzione un unico scopo, lo stipendio, il solo interesse che la Borghesia è stata costretta a lasciargli,; quando l’ha avuto, non ha più niente da chiedere. Lo stipendio essendo l’unico interesse che gli è stato permesso di conservare nella produzione, si deve dunque solo preoccupare di avere del lavoro per ricevere uno stipendio: e come il padrone o i suoi rappresentanti sono i datori di lavoro, è con loro, degli uomini di carne e di ossa come lui che se la prende se ha o non ha del lavoro, e non ai fenomeni economici che forse ignora; è contro di loro che si irrita per le riduzioni di stipendio ed il rallentamento del lavoro e non contro le perturbazioni generali della produzione. Li rende responsabili di tutto ciò che gli succede, di bene e di male. Il salariato personalizza gli accidentali della produzione che lo raggiungono, mentre il possesso dei mezzi di produzione si spersonalizza come si meccanizzano.

La vita che conduce l’operaio della grande industria lo sottrae ancora più del borghese alle influenze dell’ambiente che intrattengono nel contadino la credenza agli spettri, agli stregoni, ai malefici ed altre idee superstiziose. Gli capita di non vedere il sole, se non attraverso le finestre della fabbrica e di conoscere della natura solo la campagna circostante alla città dove lavora e di vederla solamente in rare opportunità: non saprebbe distinguere un campo di grano di un campo di avena ed un piede di patate da un piede di canapa; conosce le produzioni della terra solo sotto la forma che li consuma. È in una completa ignoranza dei lavori dei campi e delle cause che influiscono sul rendimento delle mietiture: la siccità, le piogge torrenziali, la grandine, gli uragani, ecc., non gli fanno mai pensare alla loro azione sulla natura ed i suoi raccolti. La sua vita urbana lo mette al riparo dalle inquietudini e delle sconcertanti preoccupazioni che assalgono lo spirito del coltivatore. La natura non ha presa sulla sua immaginazione.

Il lavoro della fabbrica meccanica mette il salariato in rapporto con delle terribile forze naturali che il contadino ignora: ma al posto di essere dominato da esse, li controlla. La gigantesca attrezzatura di ferro e di acciaio che riempe la fabbrica, che lo fa muovere, come un automa, che talvolta lo afferra, lo mutila, lo stritola, al posto di generare in lui un terrore superstizioso, come il tuono per il contadino, lo lascia impassibile ed impavide, perché sa che i membri del mostro metallico sono stati fabbricati e montati dai compagni, e che deve solo spostare una correggia per metterlo in funzione o fermarlo. La macchina, malgrado il suo potere e la sua produzione miracolosa, non ha per lui nessuno mistero. L’operaio delle fabbriche produttrici di elettricità, che deve solo girare una manovella su un quadrante per mandare a dei chilometri la forza motore ai tranvia, o la luce alle lampade di una città, può dire come il Dio della Genesi: « Che la luce sia », affinché la luce sia… mai stregoneria più fantastica è mai stata immaginata, tuttavia per lui questa stregoneria è cosa semplice e naturale. Lo si stupirebbe molto se si venisse a dirgli che un Dio qualsiasi avrebbe potuto, se lo volesse, fermare le macchine e spegnere le lampade quando ha comunicato loro l’elettricità; risponderebbe che questo Dio anarchico sarebbe semplicemente un ingranaggio spostato o un filo conduttore rotto, e che gli sarebbe facile cercare di mettere alla ragione questo Dio perturbatore. La pratica della fabbrica moderna insegna al salariato il determinismo scientifico, senza che abbia bisogno di passare per lo studio teorico delle scienze.

Perché il borghese ed il proletario non vivono più nei campi, i fenomeni naturali non hanno più il potere di partorire da essi le idee superstiziose che sono state utilizzate dal selvaggio per elaborare l’idea di Dio; ma se uno, perché appartiene alla classe dominante e parassitaria, subisce l’azione generatrice di idee superstiziose dei fenomeni sociali, l’altro perché appartiene alla classe sfruttata e produttiva è sottratto alla loro azione superstiziose. La borghesia non potrà essere decristianizzata e liberata della credenza in Dio finché non sarà espropriata della sua dittatura di classe e delle ricchezze che ruba quotidianamente ai lavoratori salariati.

Minatori, Montceau-les-Mines

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