1978 Rosa Luxemburg: una retrospettiva [Mattick]

Secondo « Rosa Luxemburg in retrospect », in Root and Branch N°6 (1978).

Sono passati quasi sessanta anni da quando i mercenari del partito socialdemocratico tedesco assassinarono Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. Sebbene i loro nomi, simboli entrambi dell’elemento radicale della rivoluzione politica tedesca del 1918 siano inseparabile, Rosa Luxemburg è più conosciuta, perché il suo lavoro teorico fu più fecondo. Difatti possiamo dire che era la personalità più rilevante del movimento operaio internazionale dopo Marx ed Engels, e che il suo lavoro non ha perso nulla della sua pertinenza politica nonostante i cambiamenti che il sistema capitalista ed il movimento operaio hanno conosciuto dalla sua morte.

Ma, come tutti, R. Luxemburg era figlia del suo tempo, e possiamo capirla solo nel contesto del movimento socialdemocratico di cui faceva parte. Mentre la critica che fa Marx della società borghese coincide con un periodo di sviluppo veloce del capitalismo, quella di R. Luxemburg si elabora in un periodo di instabilità crescente per il capitalismo, durante il quale le teorie astratte sulle contraddizioni della produzione di capitale prendono una forma concreta con la concorrenza imperialistica e l’intensificazione della lotta di classi. Per Marx, la vera critica dell’economia politica consisteva in primo luogo nella lotta dei lavoratori per delle migliori condizioni di lavoro ed un livello di vita più elevato, che preparerebbe le future lotte per l’abolizione del capitalismo; per R. Luxemburg, questa lotta finale non poteva più essere rimandata ad un futuro lontano, perché era già presente nell’estensione delle lotte di classi. La lotta quotidiana per le riforme sociali era indissolubilmente legata alla necessità storica della rivoluzione proletaria.

Senza entrare nei dettagli della biografia di R. Luxemburg [1], possiamo ricordare che proveniva dalle classi medie e che, giovanissima, raggiunse il movimento socialista. Come tanti altri, fu costretta a lasciare la Polonia russa e ad andare in Svizzera per studiare. Il suo principale interesse, come conviene ad una socialista influenzata dal marxismo, era l’economia politica. I suoi primi lavori in questo campo sono ormai di un interesse unicamente storico. Il primo lavoro che redasse, « lo sviluppo industriale della Polonia » (1898), corrisponde per questo paese ed ad un livello più modesto, a ciò che rappresentò un anno dopo « lo sviluppo del capitalismo in Russia », di Lenin, per la Russia zarista. Diede anche delle conferenze alla scuola del partito socialdemocratico, e la loro pubblicazione postuma da Paul Lévi, in 1925, s’intitola  » Introduzione all’economia politica ». Nei suoi lavori ulteriori, bisogna precisarlo, R. Luxemburg dichiarava che la validità dell’economia politica era relativa al capitalismo e che avrebbe cessato di esistere insieme a questo stesso sistema. Nella sua tesi, è giunta alla conclusione che lo sviluppo dell’economia polacca andrebbe di pari in passo con quello della Russia, questo processo approdando ad una totale integrazione, mettendo così un termine alle aspirazioni nazionaliste della borghesia polacca. Ma questo sviluppo unificherebbe anche il proletariati russo e polacco, il che potrebbe provocare la distruzione del capitalismo russo-polacco. Per lei, la contraddizione principale del modo di produzione capitalista si trovava tra le capacità di produzione ed i limiti che incontrava la consumazione, nel quadro dei rapporti di produzione capitalista. Questa contraddizione porta a delle crisi economiche ricorrenti, al depauperamento crescente della classe operaia, e dunque a lungo termine, alla rivoluzione sociale.

È solo con l’Accumulazione del Capitale (1912) che le teorie economiche di Rosa Luxemburg cominciarono ad essere criticate. Sebbene dichiarasse che questo libro traeva la sua origine da difficoltà che incontrava per le sue conferenze sull’economia politica, ed in particolare dalla sua impotenza ad articolare il processo totale della riproduzione capitalista al postulato dei limiti obiettivi della produzione capitalista, è evidente, nell’opera stessa, che si trattava anche di reagire all’emasculazione della teoria marxista da parte del revisionismo che sommerse il movimento socialista all’inizio del secolo. Il revisionismo operava a due livelli: il livello empirico primitivo personificato da Edouard Bernstein [2], che paragonava lo sviluppo capitalista effettivo a quello derivante della teoria di Marx, e la falsificazione teorica più elaborata del marxismo accademico che culminava con l’interpretazione di Marx secondo Tugan-Baranowski [3] ed i suoi diversi discepoli.

Solo il primo volume del Capitale fu pubblicato prima della morte di Marx, il secondo ed il terzo furono preparati da F. Engels a partire da scritti non riveduti lasciati alle sue cure, sebbene siano stati scritti prima della pubblicazione del primo volume. Mentre il primo volume tratta del processo della produzione capitalista, il secondo riguarda il processo di circolazione. Il terzo volume considera infine l’insieme del sistema capitalista nella sua forma fenomenale in quanto determinato da rapporti di valore sottostanti. Come il processo di riproduzione comanda necessariamente il processo di produzione, Marx credette opportuno di chiarire questo con degli schemi abbastanza astratti di riproduzione nel secondo volume del Capitale. Secondo questi schemi, la produzione sociale si divide in due grandi sezioni: la produzione dei mezzi di produzione, e quella dei mezzi di consumazione. Le relazioni tra queste due sezioni sono concepite in modo da permettere la riproduzione sia semplice sia allargata del capitale sociale totale. Ma ciò che è un postulato negli schemi di riproduzione, vale a dire una ripartizione del lavoro sociale corrispondente al processo di riproduzione, deve nella realtà istituirsi ciecamente, attraverso le attività incoordinate dei multipli capitali individuali in lotta tra di loro per la ricerca di plusvalore.

Gli schemi di riproduzione non fanno distinzione tra valori e prezzi; ossia, trattano i valori come se fossero dei prezzi. Per l’obiettivo che dovevano raggiungere, e che era di attirare l’attenzione sulla necessità di mantenere una certa proporzione tra le differenti sfere della produzione, questi schemi riempiono la loro funzione pedagogica. Non descrivono il mondo reale, sono degli strumenti che permettono di comprenderlo. In questo obiettivo limitato, importo poco se le relazioni di produzione e di scambio sono stabilite in termini di prezzi o di valori. Come la forma prezzo del valore di cui si occupa il terzo volume del Capitale, fa riferimento al processo reale di produzione e di scambio, le condizioni di equilibrio immaginario degli schemi di riproduzione di Marx non riguardano il mondo capitalista reale. Tuttavia, Marx riteneva « necessario di inserire il processo di riproduzione nella sua semplicità primaria, in modo da eliminare tutte le interferenze che l’oscurano ed a dissipare tutte le presentazioni fallaci che hanno l’apparenza di un’analisi scientifica ma non possono essere escluse finché il processo di riproduzione sociale è analizzato direttamente nella sua forma la più concreta e la più complessa [4]. »

In realtà, secondo Marx, il processo di riproduzione nelle condizioni del capitalismo esclude qualsiasi tipo di equilibrio ed implica, in compenso, « la possibilità di crisi, poiché in queste condizioni di produzione l’equilibro può essere solo accidentale [5] ». Tuttavia, Tugan-Baranovski fece dei diagrammi una lettura completamente differente, a causa della loro somiglianza superficiale con le teorie borghesi dell’equilibrio, fulcro della teoria borghese dei prezzi. Giunse alla conclusione che finché il sistema si sviluppa in un modo che corrisponde alle esigenze della riproduzione, non incontra limiti obiettivi. Le crisi sono dovute alla sproporzione che si crea tra le differenti sfere della produzione, ma possono sempre essere superate se si ristabilisce la proporzione che permette l’accumulazione del capitale. Era là un’idea imbarazzante, per Rosa Luxemburg, tanto più che lei non poteva negare l’equilibrio che risultava dagli schemi di riproduzione di Marx. Se Tugan-Baranovski li aveva interpretati correttamente, allora Marx aveva torto, perché questa interpretazione smentiva la scomparsa inevitabile del capitalismo.

In Russia, il dibattito sugli schemi astratti di riproduzione di Marx era particolarmente acceso, a causa di vecchi dissensi tra marxisti e populisti riguardo al futuro della Russia ipotecata dal suo stato di ritardo e dalle sue particolari istituzioni sociali ed economiche . Per i populisti, era troppo tardi per fare entrare la Russia nel concerto dei paesi capitalisti, e si poteva perfettamente instaurare una società socialista sulla base del metodo di produzione di questa società contadina ancora intatta; per i marxisti, al contrario, lo sviluppo sul modello occidentale era inevitabile, e creerebbe da sé i mercati di cui aveva bisogno, sia in Russia che nel resto del mondo. I marxisti sottolineavano che è la produzione di capitale, e non la soddisfazione dei bisogni, che comanda la produzione capitalista. Non c’è dunque nessuna ragione di pensare che una riduzione della consumazione ritarderebbe l’accumulazione di capitale; al contrario, meno si consuma, più velocemente cresce il capitale .

Per R. Luxemburg, una tale « produzione per la produzione » era una cosa assurda —non che ignorasse che lo scopo della produzione capitalista è il profitto, il che la spinge a ridurre costantemente la parte di produzione sociale destinata ai lavoratori, ma perché non capiva come il plusvalore estratto poteva realizzarsi sotto la forma denaro su un mercato composto unicamente di lavoro e di capitale, come raffigurato negli schemi di riproduzione. Si inizia dal denaro, investito in mezzi di produzione ed in forza di lavoro, e si arriva ad una somma di denaro superiore di cui dispongono i capitalisti, per reinvestirli in un nuovo ciclo di produzione. Da dove poteva venire questo surplus di denaro? Per R. Luxemburg, non poteva venire dai capitalisti; perché se cosi fosse, questi non sarebbero beneficiari del plusvalore, ma ne pagherebbero l’equivalente merci con i loro propri denari. Non poteva venire neanche dagli acquisti degli operai, che ricevono solamente il valore della loro forza di lavoro, lasciando ai capitalisti il plusvalore sotto la sua forma merce . Affinché il sistema possa funzionare, ci doveva essere un « terzo mercato », accanto alle relazioni di scambio tra il lavoro e il capitale, in cui il plusvalore prodotto possa trasformarsi in surplus di denaro.

R. Luxemburg pensava che questo aspetto del problema era stato trascurato da Marx . Si propone di colmare questa lacuna e di appoggiare così la convinzione di Marx che il sistema capitalista era inevitabilmente condannato a sparire. Sebbene l’accumulazione del Capitale affronta il problema della realizzazione sul piano storico, partendo dall’economia classica per finire con Tugan-Baranovski ed i suoi numerosi discepoli, in modo da dimostrare che questo problema è sempre stato il tallone di Achille dell’economia politica, la soluzione che lei stessa propone riposa semplicemente su un’interpretazione erronea della relazione tra denaro e capitale, e su una cattiva lettura del testo di Marx. Come presenta le cose, tutto sembra tuttavia ritrovare il suo posto: la natura dialettica del processo di espansione del capitale, risultato della distruzione delle economie pre-capitalisti; l’inevitabile estensione di questo processo al mondo intero, come dimostrano la creazione di un mercato mondiale e l’imperialismo strisciando alla ricerca dei mercati necessari alla realizzazione del plusvalore; la trasformazione consecutiva dell’economia mondiale in qualche cosa che somiglia al sistema chiuso degli schemi di riproduzione di Marx; infine, il crollo inevitabile del capitalismo a causa dell’impossibilità di realizzare il suo plusvalore.

R. Luxemburg si è lasciato trasportare dalla logica della sua propria costruzione, al punto di rivedere Marx in un modo molto più completo di quanto avevano fatto i revisionisti con la loro idea di un sviluppo armonioso del capitalismo, possibile in teoria, il che faceva secondo essi dal socialismo un problema puramente etico, ed una questione di introduzione delle riforme sociali tramite dei mezzi politici. D’altra parte, gli schemi di riproduzione di Marx, se considerati come una versione della legge dell’identità tra domanda e offerta di J.B Say, non sono accettabili. Come i suoi avversari, R. Luxemburg non aveva capito che questi schemi non hanno niente a che vedere con la questione della viabilità del sistema capitalista, e che erano semplicemente una tappa metodologica ed intermedia, necessaria per analizzare le leggi dello sviluppo capitalista nel suo insieme, il quale trae la sua dinamica dalla produzione di plusvalore. Se è vero che il capitalismo incontra delle difficoltà nella sfera della circolazione e di conseguenza nella realizzazione del plusvalore, non è là che Marx cercò o scoprì il mezzo di comprendere perché il capitalismo è soggetto alle crisi, e destinato a sparire inevitabilmente. Anche supponendo che la realizzazione del plusvalore non solleva il minimo problema, il capitalismo trova il suo limite obiettivo in quelli che incontra la produzione del plusvalore.

Secondo Marx, la contraddizione fondamentale del capitalismo, quella di cui conseguono tutte le altre difficoltà, risiede nelle relazioni di valore e di plusvalore della produzione di capitale. È la produzione di valore di scambio sotto la sua forma monetaria, generata dal valore di uso della forza di lavoro, che produce, oltre il suo proprio equivalente in valore di scambio, un plusvalore per i capitalisti. La ricerca di valore di scambio si trasforma in accumulazione di capitale, il che si traduce in un aumento del capitale investito in mezzi di produzione relativamente più veloce che l’aumento del capitale investito in forza di lavoro. Se ciò conduce ad un’espansione del sistema capitalista a causa della produttività sempre più spinta del lavoro, ciò provoca anche una tendenza all’abbassamento del tasso di profitto perché la parte del capitale investito in forza di lavoro—e che è l’unica fonte di plusvalore—diminuisce rispetto al capitale sociale totale. Questo processo lungo e complicato non può essere studiato in modo soddisfacente nel quadro di un articolo cosi corto, ma è necessario farne menzione per distinguere bene la teoria dell’accumulazione secondo Marx e quella di Rosa Luxemburg. Nel modello astratto di sviluppo capitalista elaborato da Marx, le crisi capitalisti, così come l’inevitabile scomparsa del sistema, hanno per origine un crollo parziale o totale del processo di accumulazione dovuto ad una penuria di plusvalore o di profitto.
Così dunque, per Marx, i limiti obiettivi del capitalismo sono dettati dalle relazioni di produzione sociale in quanto rapporti di valore, mentre per Rosa Luxemburg, il capitalismo può esistere solo se altre economie pre­capitaliste assorbono il suo plusvalore. Il che ci conduce a questa assurdità, che le nazioni arretrate dispongono di un surplus sotto forma monetaria sufficiente per accogliere il plusvalore dei paesi capitalisti avanzati. Ma come abbiamo visto, questa idea falsa è la conseguenza inosservata di una concezione erronea di Rosa Luxemburg, secondo la quale la totalità del plusvalore destinato all’accumulazione deve rendere un equivalente sotto forma monetaria per essere realizzata in capitale. Ma in effetti il capitale prende la forma denaro a certi momenti ed ad altri la forma di merci di ogni tipo; queste due forme sono espresse in termini monetari senza per questo prendere simultaneamente la forma denaro. Solo una piccola parte, sempre più piccola, della ricchezza capitalista prende la forma denaro; la parte più grande, sebbene espressa in termini monetari, resta sotto forma di merci e come tale permette la realizzazione del plusvalore in capitale addizionale.

La teoria di R. Luxemburg fu generalmente interpretata come un aberrazione ed una critica ingiustificate di Marx. Tuttavia quelli stessi che la criticavano erano lontani tanto quanto lei della teoria di Marx. La maggior parte di queste critiche erano i tenenti sia di una teoria grossolana del sottoconsumo, sia di una teoria delle sproporzioni, si di una combinazione delle due. Lenin, per esempio,—per non parlare dei revisionisti—vedeva l’origine delle crisi nelle sproporzioni dovute al carattere anarchico della produzione capitalista e si accontentava di aggiungere agli argomenti di Tugan-Baranowski quello del sottoconsumo operaio. Ma in ogni caso, non credeva che il capitalismo fosse fatalmente condannato dalle sue contraddizioni immanenti. È solamente con la Prima Guerra mondiale, e gli sconvolgimenti rivoluzionari che ne seguirono, che la teoria di Rosa Luxemburg trovò un più largo pubblico nella frazione radicale del movimento socialista. Non tanto, tuttavia, a causa dell’analisi che faceva dell’accumulazione del capitale, ma piuttosto a causa dell’accento che metteva sui limiti obiettivi del capitalismo. Con la guerra imperialista, la teoria sembrò plausibile, e la fine del capitalismo sembrava realmente vicino. La teoria del crollo capitalista diventò l’ideologia rivoluzionaria dell’epoca, e lei incoraggiò i tentativi, che fallirono, per trasformare gli sconvolgimenti politici in rivoluzioni sociali.

Ovviamente, la teoria di Rosa Luxemburg non era meno astratta di quella di Marx. L’ipotesi dell’abbassamento tendenziale del tasso di profitto di Marx non poteva indicare a quale momento diventerebbe impossibile compensare questo abbassamento con lo sfruttamento più intenso di un numero sempre più importante di lavoratori, in modo da aumentare sufficientemente la massa di plusvalore per controllare un tasso di profitto compatibile con l’espansione del capitale.

Allo stesso modo, Rosa Luxemburg non poteva predire a quale momento l’estensione del metodo di produzione capitalista al pianeta intero farebbe ostacolo alla realizzazione del plusvalore. L’estensione del capitale verso l’esterno non era, anche lei , nient’altro che una tendenza, causando una competizione imperialista sempre più devastatrice per la conquista dei territori sempre più rari dove potrebbe realizzarsi il plusvalore. L’esistenza dell’imperialismo provava la precarietà del sistema che potrebbe condurre a delle situazioni rivoluzionarie molto prima che i suoi limiti obiettivi non fossero raggiunti. Da un punto di vista pratico, di conseguenza, queste due teorie consideravano le azioni rivoluzionarie come possibili, non tanto a causa delle implicazioni logiche dei loro modelli astratti di sviluppo quanto perché mettevano l’accento sulle difficoltà crescenti del sistema capitalista suscettibili, in caso di crisi severa, di trasformare la lotta di classi in lotta per l’abolizione del capitalismo.

Sebbene incontestabilmente erronea, la teoria di Rosa Luxemburg conservava un carattere rivoluzionario perché, come quella di Marx, portava alla conclusione che il sistema capitalista non era storicamente valido. Sebbene con argomenti dubbiosi, restaurò tuttavia—contro il revisionismo, il riformismo e l’opportunismo—, la tesi marxista dimenticata, secondo la quale il capitalismo è condannato a sparire a causa dell’insormontabile contraddizione che cela e che questa scomparsa, pure essendo obiettivamente determinata , sarebbe messa in opera dalle azioni rivoluzionarie della classe operaia.

Il rovesciamento del capitalismo renderebbe inutile tutte le considerazioni sul suo sviluppo. Ma finché il sistema dura, la validità di una teoria può essere apprezzata a partire dalla sua propria storia. Mentre la teoria di Marx non è potuta essere integrata nel pensiero economico borghese, nonostante gli sforzi compiuti in questo senso, quella di R. Luxemburg ha trovato qualche riscontro nella teoria borghese, sebbene al prezzo di una forte alterazione. L’economia borghese lei stessa avendo rigettato il mercato come dispositivo di equilibrio, la teoria di R. Luxemburg si è vista in un certo senso riconosciuta, a titolo di precursore dell’economia keynesiana. Il suo lavoro è stato interpretato da Michael Kalecki [6] e Joan Robinson [7], per esempio, come una teoria della « domanda effettiva » di cui si presumeva che la penuria spiegasse le difficoltà cicliche del capitalismo. R. Luxemburg pensava che l’imperialismo, il militarismo e la preparazione alla guerra facilitavano la realizzazione del plusvalore, trasferendo il potere di acquisto delle masse nelle mani dello stato, come il keynesianismo moderno si proponeva di raggiungere il pieno impiego per la via del deficit di bilancio e di manipolazioni monetarie. Tuttavia, se è certamente possibile, durante un certo tempo, di raggiungere il pieno impiego in questo modo, non si può mantenere un tale stato di grazia, poiché le leggi di funzionamento della produzione di capitale esigono non una distribuzione differente del plusvalore bensì il suo costante aumento. L’insufficienza di domanda effettiva è semplicemente, sotto un altro nome, l’insufficienza dell’accumulazione, perché solamente l’espansione del capitale può suscitare la domanda capace di generare la prosperità. In ogni caso, il fallimento attuale del keynesianismo dispensa oggi di demolirlo sul piano teorico. Basta notare che la sua assurdità sia attualmente attestata dall’aumentazione simultanea e rimasta senza rimedio davanti alla disoccupazione e all’inflazione.

Se la teoria dell’accumulazione di R. Luxemburg fu un insuccesso, fu più felice difendendo un internazionalismo conseguente che era ovviamente legato alla sua concezione dell’accumulazione, compresa come estensione del modo di produzione capitalista al mondo intero. Secondo lei, la concorrenza imperialista stava trasformando velocemente il mondo in un mondo capitalista, e quindi sviluppando lo scontro aperto del capitale e del lavoro. Mentre lo sviluppo della borghesia coincideva con la formazione della stato-nazione moderno, secernendo l’ideologia nazionalista, la maturità del capitalismo ed il suo declino provocavano « l’internazionalismo » imperialista della borghesia e, quindi, l’internazionalismo delle classi laboriose, condizione per queste di una lotta di classi efficace. L’integrazione riformista delle aspirazioni proletarie nel quadro del sistema capitalista conduceva al social-imperialismo che era l’altro lato del nazionalismo. Obiettivamente, dietro lo sviluppo frenetico del nazionalismo, non c’era nient’altro che gli imperativi imperialisti. Per combattere l’imperialismo, si doveva dunque rigettare completamente ogni forma di nazionalismo, ivi compreso quello delle vittime di un’aggressione imperialista. Nazionalismo ed imperialismo erano indissociabili e dovevano essere combattuti con lo stesso ardore.

Davanti al social-patriottismo, in un primo tempo velato, ma presto palese del movimento operaio ufficiale, l’internazionalismo di R. Luxemburg rappresentava l’ala sinistra del movimento, ma non completamente. Era là, in qualche modo, la generalizzazione dell’esperienza che aveva fatto nel movimento socialista polacco, che si era diviso sulla questione dell’autodeterminazione nazionale. Del suo lavoro sullo sviluppo industriale della Polonia, risalta che R. Luxemburg si aspettava un’integrazione totale dei capitalismi russo e polacco, provocando l’unificazione, tanto pratica quanto teorica, delle loro rispettive organizzazioni socialiste.

Non poteva concepire dei movimenti socialisti a tendenza nazionalista e ancora meno un socialismo a limiti nazionali. Ciò che era vero per la Russia e la Polonia valeva anche per il mondo intero. Per mettere fine alle divisioni nazionali, occorreva l’unità del socialismo internazionale.

La frazione bolscevica del partito socialdemocratico russo non condivideva l’internazionalismo rigoroso di R. Luxemburg. Per Lenin il dominio delle nazionalità da parte dei paesi capitalisti più potenti non faceva altro che portare, nell’antagonismo sociale fondamentale, dei clivaggi supplementari che potrebbero forse essere utilizzati contro i poteri in posto. È infondato chiedersi se la posizione di Lenin in favore dell’autodeterminazione dei popoli rifletteva una convinzione soggettiva, o un atteggiamento democratico davanti alle rivendicazioni nazionali specifici ed alle particolarità culturali, o se si trattava semplicemente di un’avversione contro ogni forma di oppressione. Lenin era innanzitutto un uomo politico pratico, sebbene potesse assumere questo ruolo solo abbastanza tardi. In quanto tale, si rese conto che le diverse nazionalità dell’impero russo costituivano una minaccia costante per il regime zarista. Certo, Lenin era anche un internazionalista, e pensava la rivoluzione socialista in termini di rivoluzione mondiale. Ma questa doveva pure cominciare da qualche parte, e lui pensava che lei cominciasse col rompere l’anello più debole della catena imperialista. Nel contesto russo, sostenere l’autodeterminazione dei popoli fino al diritto alla secessione, significava anche farsi degli alleati per rovesciare lo zarismo. Questa strategia era messa in opera nella speranza che una volta libere, le differenti nazionalità sceglierebbero di rimanere all’interno della nuova comunità russa, sia per scelta loro, sia sotto le istanze delle loro proprie organizzazioni socialiste.

Tuttavia tutto questo dibattito sulla questione nazionale restò puramente accademico fino alla rivoluzione russa. Anche dopo la rivoluzione, la riconoscenza del diritto delle diverse nazionalità della Russia a disporre di loro stesse non aveva conseguenza, poiché la maggior parte dei territori riguardati erano occupati da potenze straniere. Nonostante ciò, il regime bolscevico continuò a sostenere la tesi dell’autodeterminazione per indebolire le altre nazioni imperialiste, ed in modo particolare l’Inghilterra, ed a fomentare delle rivoluzioni coloniali contro il capitalismo occidentale che minacciava di distruggere lo stato bolscevico.

La rivoluzione russa trovò R. Luxemburg in una prigione tedesca, dove rimase fino al rovesciamento della monarchia tedesca. Era tuttavia in grado di seguire i progressi della rivoluzione russa. Sebbene lietissima della presa di potere da parte dei bolscevichi, non poteva accettare la posizione di Lenin al riguardo dei contadini e delle minoranze nazionali. Nei due casi, le sue preoccupazioni erano infondate. Aveva predetto che, concedendo l’indipendenza alle diverse nazionalità della Russia, si finirebbe solamente ad accerchiare il nuovo Stato da un cordone di paesi reazionari e controrivoluzionari, il che si verificò, ma per un corto periodo. R. Luxemburg non vedeva che la politica dei bolscevichi era dettata da circostanze che non controllavano solo con il principio del diritto all’autodeterminazione. Alla prima opportunità, essi cominciarono a lesinare su questa, e finirono per incorporare tutte le nazioni nuovamente indipendenti in seno ad un impero russo restaurato, e per di più, per costituirsi per loro stessi delle sfere di interessi nei territori esterni alla Russia.

Sulla base della sua propria teoria del nazionalismo e dell’imperialismo, R. Luxemburg si sarebbe dovuto rendere conto che la concezione di Lenin non poteva applicarsi in un mondo dominato dalla concorrenza delle potenze imperialiste, e che non lo sarebbe mai stata se il capitalismo venisse ad essere rovesciato da una rivoluzione internazionale. La disintegrazione dell’impero russo non era dovuta al principio di autodeterminazione e non era stata favorita da lui, era la sconfitta militare che ne era la causa, come fu la vittoria in un’altra guerra a condurre al recupero dei territori persi ed alla rinascita dell’imperialismo russo. Il capitalismo, essendo un sistema in espansione, è necessariamente imperialista. L’imperialismo è ciò che gli permette di superare le barriere nazionali che potrebbero intralciare la produzione del capitale e la sua centralizzazione, così come di acquistare o di proteggere delle posizioni privilegiate o dominanti nell’economia mondiale. È dunque anche un mezzo di difesa contro questa tendenza generale; ma in ogni caso è l’inevitabile risultato dell’accumulazione del capitale.

Siccome lo notava R. Luxemburg, « l’integrazione » capitalista contraddittoria dell’economia mondiale non poteva impedire la dominazione delle nazioni più deboli da parte di quelle più forti, che controllano il mercato mondiale. Questa situazione rende illusoria ogni indipendenza nazionale. Nel migliore dei casi, un’indipendenza politica non può niente di più che sottomettere i lavoratori ad una dominazione nazionale piuttosto che internazionale. Ma ovviamente, l’internazionalismo proletario non può impedire i movimenti di autodeterminazione nazionale in un contesto coloniale ed imperialista, ed non ha nessun motivo per farlo. Come l’imperialismo, questi movimenti sono parti integranti della società capitalista. Ma non sapremmo « utilizzarli » a favore del socialismo se non spogliandoli del loro carattere nazionalista, grazie ad una posizione internazionalista coerente da parte del movimento socialista.

Se i popoli oppressi hanno diritti alla simpatia dei socialisti, non è a causa del loro nazionalismo ma bensì della loro condizione di popoli doppiamente sfruttati: sfruttamento nazionale e straniero. Il socialismo mira all’abolizione del capitalismo, il che include il sostegno alle forze anti-imperialisti. Non per creare dei nuovi Stati/nazioni capitalisti, ma al contrario per ostacolarne o impedirne l’apparizione tramite delle rivoluzioni proletarie nei paesi capitalisti avanzati.

Il regime bolscevico si autoproclama socialista e con questa sigla intendeva mettere fine ad ogni discriminazione verso le minoranze nazionali. In tali condizioni, l’autodeterminazione nazionale era, per Rosa Luxemburg, non solo un nonsenso ma per di più un invito a ricostituire attraverso l’ideologia nazionalista le condizioni di una restaurazione del capitalismo. Secondo lei, Lenin e Trotsky sacrificarono a torto il principio dell’internazionalismo per dei vantaggi tattici momentanei. Sebbene forse inevitabile, questa necessità non saprebbe essere elevata al rango di virtù socialista. R. Luxemburg aveva certamente ragione di non mettere in dubbio la sincerità dei bolscevichi in ciò che riguarda la loro volontà di stabilire il socialismo in Russia ed il loro sostegno alla rivoluzione mondiale. Credeva lei stessa possibile, grazie all’estensione della rivoluzione all’ovest, di rimediare all’immaturità obiettiva della Russia per realizzare una trasformazione socialista. Imputava ai socialisti dell’Europa dell’ovest, ed in particolare ai tedeschi, la responsabilità delle difficoltà che i bolscevichi incontravano, e che li costringevano a delle concessioni, a dei compromessi e a delle decisioni opportuniste. Supponeva che l’internazionalizzazione della rivoluzione avrebbe spazzato via le esigenze nazionaliste di Lenin e reinsufflato il principio dell’internazionalismo nel movimento rivoluzionario.

Ma come la rivoluzione mondiale non venne, lo sviluppo economico e la lotta di classi restarono nel quadro dello stato/nazione. L ‘ « internazionalismo » dell’III° Internazionale, sotto dominazione russa, servì unicamente gli interessi dello stato russo, col pretesto che la difesa del primo Stato socialista era una preliminare al socialismo internazionale.

Come l’autodeterminazione nazionale, questo « internazionalismo » era destinato ad indebolire gli avversari del nuovo Stato russo. Ma dopo il 1920, i bolscevichi, non aspettandosi più una ripresa del movimento rivoluzionario internazionale, si applicarono al consolidamento del loro proprio regime.

La Seconda Guerra mondiale, con tutte le sue conseguenze, ebbe per effetto di mettere fine al colonialismo delle potenze europee e di dare nascita a numerose nazioni « indipendenti »; allo stesso tempo nacquero due grandi blocchi, dominati dalle nazioni vittoriose: gli Stati Uniti e l’U.R.S.S. All’interno di ogni blocco, non c’era vera indipendenza nazionale, i paesi formalmente indipendenti essendo là solo per servire le esigenze imperialiste delle potenze dominanti. Questa sottomissione era imposta da mezzi al tempo stesso economici e politici, e dalla necessità di adattare l’economia, e di conseguenza la vita politica dei paesi satelliti, alle realtà del mercato capitalista mondiale. Per le vecchie colonie, ciò significava una nuova forma di sottomissione e di dipendenza, che venne chiamata « néo-colonialismo »; per i paesi nuovi più avanzati sul piano capitalista, ciò significava il controllo diretto delle loro strutture politiche attraverso i metodi provati dell’occupazione militare e di governi fantocci. Questa situazione condusse evidentemente alla creazione di nuovi « movimenti di liberazione », sia nel campo capitalista che nel sedicente campo socialista, dimostrando così che non esiste autodeterminazione nazionale né nei paesi ad economia di mercato, né nei paesi ad economia statalizzata.
Che il nazionalismo sia in realtà uno strumento della classe dirigente, fu presto cosa evidente nei « paesi liberati », poiché forniva ai parvenus politici il mezzo per affermarsi in quanto classe dirigente in collaborazione con le classi dirigenti dei paesi dominanti. Che queste nuove classi dirigenti facciano parte del mondo « libero » o del mondo sotto dominazione autoritaria, in ogni caso, la forma nazionale, sulla quale riposa il loro nuovo potere, vieta qualsiasi evoluzione verso una società socialista. Dovunque ciò è possibile, il loro nazionalismo contiene un imperialismo in miniatura ma virulento, che aizza i paesi « socialisti » contro le altre nazioni, o anche contro altri « paesi socialisti ». Così si offre a noi lo spettacolo desolante di una guerra che minaccia tra i grandi paesi « socialisti », la Russia e la Cina, ed ad una scala inferiore, lo stato di guerra aperta tra l’Etiopia « marxista » e la Somalia « marxista » per il controllo dell’Ogaden.

A parte qualche dettaglio, questo schema si riproduce continuamente, caratterizzando così lo stato attuale della politica mondiale, che mostra le piccole nazioni che diventano gli agenti delle grandi potenze imperialiste, o che lottano per conto proprio, con per unico risultato quello di arrendersi all’uno o all’altro blocco. Tutto questo tende a giustificare l’affermazione di R. Luxemburg, che ogni nazionalismo, qualunque ne sia la forma, è pregiudizievole al socialismo, e che solo un internazionalismo conseguente può contribuire all’emancipazione della classe operaia. Questo internazionalismo intransigente è uno degli apporti più importanti di R. Luxemburg alla teoria ed alla pratica rivoluzionarie, e la colloca lontano dal social-imperialismo della socialdemocrazia, cosi come dalla concezione bolscevica opportunista della rivoluzione mondiale, difesa dal grande « uomo di stato » Lenin.
Come Lenin, R. Luxemburg vedeva nella rivoluzione di ottobre una rivoluzione proletaria che dipendeva tuttavia totalmente della congiuntura internazionale. Questo punto di vista era allora quello di tutti i rivoluzionari, che fossero marxisti o no. Dopo tutto, diceva, impossessandosi del potere i bolscevichi avevano « per la prima volta proclamato lo scopo finale del socialismo come programma immediato della politica pratica »[8]. Avevano risolto « il famoso problema di guadagnarsi il consenso di una maggioranza del popolo grazie a dei comportamenti rivoluzionari conducendo ad una maggioranza, piuttosto che aspettare che questa maggioranza sia matura per l’elaborazione di una tattica rivoluzionaria [9]. Secondo lei, il partito di Lenin aveva abbracciato i veri interessi delle masse urbane esigendo tutto il potere per i soviets, in modo di assicurare la rivoluzione. Tuttavia, era la questione agraria ad essere il punto centrale della rivoluzione, e là, i bolscevichi si dimostrarono tanto opportunisti quanto lo furono di fronte al problema delle minoranze nazionali.
Nella Russia pre-rivoluzionaria, i bolscevichi condividevano con R. Luxemburg il punto di vista marxista secondo il quale la nazionalizzazione delle terre era una preliminare all’organizzazione su una larga scala di una produzione agricola che concorda con la socializzazione dell’industria. Per avere il sostegno dei contadini, Lenin abbandonò il programma agrario marxista per quello dei socialisti-rivoluzionari, eredi del vecchio movimento populiste. Sebbene R. Luxemburg abbia considerato questo voltafaccia come una « eccellente tattica », questo non aveva per lei nulla a che vedere col socialismo. I diritti di proprietà dovevano essere trasferiti alla nazione, o allo stato, perché solo questo permetteva di organizzare la produzione agricola su delle basi socialiste. La parola di ordine bolscevica: « sequestro immediato e distribuzione della terra ai contadini » non rappresentava una misura socialista, ma una misura che, creando una nuova forma di proprietà privata, sbarrava la strada al socialismo. La « riforma agraria leninista » scriveva lei, ha creato nelle campagne un strato nuovo e potente di nemici del socialismo di cui la resistenza sarà molto più pericolosa e tenace di quella dell’aristocrazia fondiaria » [10].

È ciò che i fatti dovevano confermare, impedendo al tempo stesso il ristabilimento dell’economia russa e la socializzazione dell’industria. Ma come per la questione dell’autodeterminazione nazionale, la situazione non era comandata dalla politica dei bolscevichi, ma piuttosto dalle circostanze che a loro sfuggivano. I bolscevichi erano prigionieri del movimento contadino; essi potevano mantenere il potere solo col loro sostegno passivo, e non potevano orientarsi verso il socialismo per causa loro. Inoltre, il loro opportunismo sornione non fu all’origine della divisione delle terre per i contadini; non fece altro che interinare un fatto compiuto indipendentemente delle loro posizioni. Mentre gli altri partiti esitavano a legalizzare l’espropriazione delle terre, i bolscevichi appoggiarono questa legalizzazione in modo da guadagnare il sostegno dei contadini, ed a consolidare così il potere che avevano conquistato con un colpo di stato nei centri urbani. Speravano conservare questo sostegno con una politica di debole imposizione dei contadini, mentre questi chiedevano un governo capace di impedire il ritorno tramite dei mezzi controrivoluzionari dei proprietari terrieri.

Per quanto riguarda i contadini, la rivoluzione significò un’estensione dei loro diritti di proprietà, ed in questo senso, fu una rivoluzione borghese. Ciò poteva condurre solo ad un’economia di mercato, e ad una capitalizzazione rinforzata della Russia. Per gli operai dell’industria, come per Lenin e Luxemburg, si trattava di una rivoluzione proletaria, anche a questo stadio precoce di sviluppo capitalista. Ma come la classe operaia rappresentava solo una minima parte della popolazione, era evidente che presto o tardi, l’elemento borghese della rivoluzione avrebbe avuto la meglio. Il potere di stato bolscevico non poteva mantenersi se non arbitrava tra questi interessi opposti; ma la sua riuscita in questo tentativo non poteva che essere fatale al tempo stesso alle aspirazioni socialiste ed alle aspirazioni borghese di questa rivoluzione.

Era là una situazione che il movimento marxista non aveva considerato, e che la teoria marxista non permetteva di predire, poiché enuncia che una rivoluzione proletaria presuppone un alto livello di sviluppo capitalista in cui la classe operaia si troverebbe maggioritaria e dunque in grado di determinare il corso degli eventi. Sebbene Lenin si fosse interessato alla rivoluzione borghese solo in quanto preliminare ad una rivoluzione socialista, restava lui stesso un borghese, nella misura in cui credeva possibile di cambiare la società con dei mezzi puramente politici, ossia grazie all’azione di un partito politico. Questo rovesciamento idealista del marxismo, facendo della coscienza ciò che determina lo sviluppo materiale piuttosto che esserne il prodotto, non implicava in pratica niente altro che una riproduzione del regime zarista in sé, dove l’autocrazia regnava sulla società intera. In realtà, Lenin sottolineava che se lo zar aveva potuto governare la Russia con l’aiuto di una burocrazia di circa centomila persone, i bolscevichi dovrebbero essere capaci di farne altrettanto e meglio con un partito che raggruppa molto più persone. In ogni caso, una volta al potere, i bolscevichi non avevano altra scelta che provare a conservarlo per assicurare la loro propria sopravvivenza. In seguito, si costituì un apparecchio di stato che s’incaricò non solo del controllo della popolazione, ma anche dello sviluppo economico, trasformando la proprietà privata in proprietà di stato, senza modificare i rapporti sociali di produzione, questo vale a dire mantenendo la relazione capitale-lavoro che permette lo sfruttamento della classe operaia. Questo nuovo tipo di capitalismo—che designiamo come capitalismo di stato—sopravvive oggigiorno sotto il capotto ideologico del « socialismo. »

Nel 1918, R. Luxemburg non era in grado di prevedere una tale evoluzione, che si situava all’infuori di tutte le ipotesi marxiste. Per lei, i bolchevichi commettevano diversi errori, suscettibili di ipotecare il loro obiettivo socialista. E questi errori, se erano inevitabili in una Russia rivoluzionaria ma isolata, non dovevano essere generalizzate in una tattica valida in ogni tempo e per ogni paese. Sebbene senza nessuno successo, oppose alla realtà russa i principi marxisti, in modo da salvaguardare almeno la teoria . In vano, perché apparve che al capitalismo di proprietà privata non succedeva necessariamente un regime socialista, ma che poteva anche trasformarsi in un capitalismo controllato dallo stato, in cui si vede la vecchia borghesia sostituita da una nuova classe dominante di cui il potere riposa sul controllo collettivo dello stato e dei mezzi di produzione. Ne sapeva tanto poco quanto Lenin sul modo di costruire una società socialista; ma mentre questo ultimo agiva in modo prammatico a partire dalle esperienze di controllo statale dei paesi capitalisti in tempo di guerra e concepiva il socialismo come il monopolio dello stato su tutta l’attività economica, R. Luxemburg continuava di pretendere che un tale intervento non avrebbe mai potuto condurre all’emancipazione della classe operaia. Non poteva immaginare che la società bolscevica nascente rappresentava una formazione sociale nuova nella storia, non ci vedeva nient’altro che un’applicazione erronea dei principi socialisti. E dunque temeva la restaurazione del capitalismo tramite le riforme agrarie dei bolscevichi.

Come viene dimostrato in seguito, la questione agraria non smise di agitare lo stato bolscevico, e sboccò finalmente sulla collettivizzazione costretta della classe contadina, soluzione intermedia tra le proprietà private della terra e la nazionalizzazione dell’agricoltura. Non si trattava là di una vera rimessa in causa della politica agricola di Lenin, che aveva sempre risposto alla necessità del momento e non a delle convinzioni. Eccetto sulla carta, Lenin non aveva osato nazionalizzare la terra, semplicemente, e Stalin non osò andare oltre la collettivizzazione costretta dei contadini, in modo da aumentare la loro produzione ed il loro sfruttamento, senza spossessarli di ogni iniziativa privata. Anche in questi limiti, fu un’impresa terribile che rischiò di fare cadere il regime bolscevico. Così Rosa Luxemburg aveva ragione contro Lenin sul problema agrario, i suoi argomenti non mancavano il loro scopo, perché ci voleva solo un po’ di tempo e il rafforzamento dell’apparecchio di stato, e abbiamo visto dei contadini perdere la loro recente e relativa indipendenza e ricadere una volta in più sotto un regime autoritario.

Sarebbe dovuto essere evidente, tenuto conto della concezione leninista del partito e del suo ruolo nel processo rivoluzionario, che una volta al potere, questo partito potrebbe funzionare solo in modo dittatoriale. Se mettiamo da parte le condizioni specifiche della Russia, questa concezione del partito in quanto coscienza della rivoluzione socialista concentrava manifestamente tutto il potere tra le mani dell’apparecchio di stato bolscevico. Questa posizione generale fu ancora più evidente nel quadro della rivoluzione russa, condivisa tra le sue aspirazioni borghesi e proletarie. Se il proletariato era, secondo Lenin, incapace di andare al di là di una coscienza riformista, (questo vale a dire fare di più che difendere i suoi propri interessi in seno al sistema capitalista), sarebbe a maggior ragione incapace di realizzare il socialismo, che suppone una rottura ideologica con tutta la sua esperienza anteriore. In eco a K. Kautsky, Lenin pensava che la coscienza doveva essere portata al proletariato dall’esterno, grazie allo scibile di una classe media educata. Il partito era l’organizzazione dell’intellighenzia socialista, rappresentando la coscienza rivoluzionaria per il proletariato, anche se poteva includere nei suoi ranghi un piccolo numero di operai illuminati. Occorreva che questi specialisti della politica rivoluzionaria prendessero in mano lo stato socialista per impedire anche solo una sconfitta della classe operaia dovuta alla sua ignoranza. E come il partito doveva dirigere il proletariato, ugualmente, i capi del partito dovevano dirigerne i membri con una centralizzazione quasi militare.

È questo atteggiamento arrogante di Lenin, imposto al suo partito, che preoccupava molto Rosa Luxemburg in quanto ai possibili risultati della presa di potere per i bolscevichi. Già, nel 1904, aveva criticato la concezione bolscevica del partito a causa della separazione artificiale che introduceva tra un’avanguardia rivoluzionaria e la massa dei lavoratori, ed a causa della sua ipercentralizzazione, tanto nei problemi generali che in quelli del partito. « Nulla potrebbe più sicuramente asservire un movimento operaio, ancora così giovane, ad una élite intellettuale avida di potere », scriveva, « che questa corazza burocratica, in cui lo si immobilizza, per farne l’automa manipolato da un comitato » . Rifiutando ogni carattere rivoluzionario alla concezione leninista del partito, Rosa Luxemburg anticipava sull’evoluzione della dominazione bolscevica fino ad oggi. Certamente, la sua requisitoria contro la concezione leninista dell’organizzazione aveva per origine il paragone con la struttura organizzativa del partito socialdemocratico tedesco che, sebbene anche lui altamente centralizzato , aspirava ad una larga base popolare per realizzare la sua opera di riforme. Questo partito non pensava in termini di presa di potere, ma si accontentava di ottenere dei successi elettorali e di diffondere l’ideologia socialista, in modo da favorire la sua propria crescita. In ogni modo, Rosa Luxemburg non pensava che un partito, qualunque fosse, possa condurre a bene una rivoluzione socialista. Il partito poteva solo aiutare alla rivoluzione che restava l’opera della classe operaia tutta intera e necessitava la sua partecipazione attiva. Non concepiva il partito socialista come un’istanza organizzatrice indipendente dal proletariato, ma come una parte di questo, senza funzione o senza interessi che siano differenti di quelli della classe operaia.
In questa convinzione, Rosa Luxemburg era semplicemente fedele a lei stessa ed al marxismo, quando si elevava contro la politica dittatoriale del partito bolscevico. Sebbene questo partito abbia conquistato la sua posizione dominante rivendicando in modo demagogico tutto il potere per i soviets, non aveva l’intenzione di cedere a questi la minima briciola del suo potere, salvo forse quando erano composti di bolscevichi. È vero che i bolscevichi di Petrograd e di alcune altre città detenevano una maggioranza di soviets, ma questa situazione poteva cambiare in seguito, e rinviare il partito alla posizione minoritaria che aveva occupato durante i primi mesi che seguirono la rivoluzione di Febbraio.

I bolscevichi non consideravano i soviets come gli embrioni della società socialista, non ci vedevano niente di più che un mezzo per arrivare ad un governo bolscevico. Già nel 1905, dove abbiamo visto la prima irruzione dei soviets, Lenin riconobbe il loro potenziale rivoluzionario, il che gli diede una ragione in più per rinforzare il suo proprio partito e prepararlo a prendere le redini del potere. Per Lenin, il potenziale rivoluzionario della forma soviet non cambiava in niente la sua natura spontanea, che implicava il pericolo di una dispersione di questo potere in attività sterili. Sebbene facendo parte della realtà sociale, pensava Lenin, i movimenti spontanei non potevano, nel migliore dei casi, fare altro che sostenere un partito orientato verso i suoi obiettivi, e mai sostituirlo. Nell’ottobre 1917, il problema dei bolscevichi non era di scegliere tra i poteri dei soviets e quello del partito, ma tra i poteri del partito e l’assemblea costituente. Come non avevano nessuna possibilità di avere la maggioranza all’Assemblea e di accedere al governo, dovevano fare a meno di questa, in modo di realizzare la dittatura del partito al nome del proletariato.

Per Rosa Luxemburg, la popolazione tutta intera doveva prendere parte in un modo o nell’altro alla costruzione del socialismo; ma non riconobbe nei soviets la forma organizzativa capace di realizzare questo progetto. Impressionata dai grandi scioperi di massa che si svolgevano nel 1905 in Russia, accordò solo poca attenzione alla forma soviet che questi rivestirono. Ai suoi occhi, i soviets erano semplicemente dei comitati di sciopero che palliavano l’assenza di altre organizzazioni più permanenti dei lavoratori. Anche dopo la rivoluzione di 1917, pensava che « la realizzazione pratica del socialismo in quanto sistema economico, sociale e giuridico, è una cosa che resta completamente avvolta nelle nebbie del futuro » [12]. Solo la direzione generale verso la quale bisognava tendere era conosciuta, i dettagli dell’azione ad intraprendere per consolidare e sviluppare la nuova società essendo a scoprire. Il socialismo non poteva nascere da piani prestabiliti né essere realizzato da decreto governativo. Esigeva la democrazia reale, questo vale a dire la partecipazione più larga possibile di tutti i lavoratori, che sola meritava di essere chiamata « dittatura del proletariato ». La dittatura del partito era per lei niente di più che « la dittatura al senso borghese del termine » I3, ossia il potere dei Giacobini.

Tutto questo è incontestabile ad un livello generale, ma il carattere borghese del potere bolscevico rifletteva — nell’ideologia come nella pratica—la natura obiettivamente non socialista di questa rivoluzione molto particolare, semplicemente incapace di fare passare la società dalle condizioni quasi feudali dello zarismo al socialismo. Era una specie di « rivoluzione borghese » senza borghesia, ed era anche una rivoluzione proletaria con un proletariato insufficiente: una rivoluzione nella quale il ruolo storico della borghesia fu assunto da un partito apparentemente anti-borghese che si impossessò del potere politico. In queste condizioni, il contenuto rivoluzionario del marxismo occidentale non poteva trovare ad applicarsi, anche sotto una forma modificata. Questo può spiegare la debolezza degli argomenti di Rosa Luxemburg contro i bolscevichi, la critica del disprezzo che nutrivano verso l’Assemblea costituente ed il loro atteggiamento terroristico al riguardo di ogni opposizione, di destra come di sinistra. Le sue proprie suggestioni riguardo al modo di costruire il socialismo, sebbene corrette e valide, non potevano articolarsi con una Assemblea costituente, che è un’istituzione borghese. Il suo atteggiamento tollerante verso tutti i punti di vista ed il loro desiderio di potere esprimersi per pesare sul corso degli eventi, non poteva essere soddisfatto in condizioni di guerra civile. La costruzione del socialismo è dettata dalle necessità immediate, il che implica delle azioni ben definite,; non saprebbe essere condotta col metodo tranquillo delle prove ed errori, che cerca di discernere il futuro attraverso la « nebbia » del presente.
La mancanza di realismo di Rosa Luxemburg riguardo al bolscevismo e alla rivoluzione russa si spiega per le sue proprie ambiguità. Era allo stesso tempo socialdemocratica e rivoluzionaria in un’epoca in cui queste due posizioni si erano tuttavia allontanate. Vedeva la Russia con occhi di socialdemocratica, e la socialdemocrazia con occhi di rivoluzionaria; ciò che desiderava in effetti, era una socialdemocrazia rivoluzionaria. Già, nel suo famoso dibattito con Edouard Bernstein , rifiutava di scegliere tra riforma e rivoluzione e si sforzava di combinare queste due attività in modo dialettica in una sola ed anche politica. Dal suo punto di vista, si poteva condurre la lotta i classi sia al parlamento che per le strade, non solo attraverso il partito ed i sindacati, ma anche con i disorganizzati. Le esperienze legali, conquistate nel quadro della democrazia borghese, dovevano essere consolidate dall’azione diretta delle masse nella loro lotta di classi quotidiane. Era tuttavia l’azione delle masse che importava di più, nella misura in cui sviluppava la consapevolezza che hanno della loro posizione di classe e dunque la loro coscienza rivoluzionaria. La lotta diretta dei lavoratori contro i capitalisti era la vera « scuola del socialismo ». Nell’estensione degli scioperi di massa, dove i lavoratori agivano in quanto classe, vedeva una condizione necessaria e preliminare all’avvento della rivoluzione che rovescerebbe la borghesia ed installerebbe dei governi sostenuti e controllati da un proletariato maturo e cosciente [15].

Fino allo scoppio della Prima Guerra mondiale, Rosa Luxemburg non comprese completamente la vera natura della socialdemocrazia. C’erano un’ala destra, un centro ed un’ala sinistra alla quale appartenevano Rosa Luxemburg e Liebnecht. C’erano tra queste diverse tendenze un lotta ideologica tollerata dalla burocrazia del partito proprio perché restava ideologica. La pratica del partito era riformista ed opportunista, e restava insensibile agli appelli dell’ala sinistra, o forse se ne trovava anche indirettamente rinforzata. Ma rimaneva l’illusione che era possibile trasformare il partito e restituirgli il suo carattere rivoluzionario originario. Rosa Luxemburg rigettava ogni idea di scissione, temendo di perdere contatto con la massa dei lavoratori socialisti. La sua fiducia in questi lavoratori non era affettata dalla diffidenza che lei nutriva verso i loro dirigenti. Cadde dall’alto quando si rese conto che il social-sciovinismo spiegato nel 1914 riuniva dirigenti e diretti contro l’ala sinistra del partito. Così nemmeno allora, non fu pronta a lasciare il partito prima della scissione di 1917, sugli obiettivi della guerra, il che condusse alla formazione dell’USPD, (partito socialista indipendente della Germania) nel quale la Lega Spartaco, composta di persone riunite intorno a Liebnecht, Luxemburg, Mehring e Jogiches, rappresentava solamente una piccola frazione. Nella misura in cui questa ebbe delle attività indipendenti, consisterono nel fare della propaganda contro la guerra e la politica di collaborazione di classi del vecchio partito. È solamente alla fine di 1918 che Rosa Luxemburg riconobbe la necessità di creare un nuovo partito rivoluzionario ed una nuova Internazionale.

La rivoluzione tedesca di 1918 non era il fatto di un qualsiasi organizzazione di sinistra, sebbene i membri di tutte le organizzazioni abbiano svolto dei ruoli diversi. Era un’insurrezione puramente politica mirando a fermare la guerra ed a rovesciare la monarchia che ne era tenuta per responsabile. Questa rivoluzione sopraggiunse come una conseguenza della sconfitta militare tedesca, e non incontrò opposizione seria da parte della borghesia e dell’esercito perché ciò permetteva loro di attribuire al movimento socialista la responsabilità della sconfitta. Questa rivoluzione portò la socialdemocrazia al potere, la quale si alleò poi all’esercito in modo da reprimere ogni tentativo di trasformare la rivoluzione politica in rivoluzione sociale. Ancora sotto l’impero della tradizione e della vecchia ideologia riformistica, la maggior parte dei consigli di lavoratori e di soldati che spuntavano sostennero spontaneamente il governo socialdemocratico e si dichiararono pronti ad abdicare a favore di una Assemblea nazionale nel quadro di una democrazia borghese. Questa rivoluzione era, come si è giustamente detto, « una rivoluzione socialdemocratica, confiscata dai dirigenti della socialdemocrazia,: un processo abbastanza eccezionale nella storia [16] ». c’era anche una minoranza rivoluzionaria, certo, che militava e lottava per la formazione di un sistema sociale riposando sui consigli operai in quanto istituzione permanente. Ma fu schiacciata molto presto dai militari insorti contro di lei. Per organizzare questa minoranza rivoluzionaria, in vista di azioni sostenute, la Lega Spartaco, in collaborazione con altri gruppi rivoluzionari, si trasformò in Partito Comunista di Germania. Il suo programma fu redatto da Rosa Luxemburg.

Fin dal suo 1 congresso, apparve chiaramente che il nuovo partito era diviso. Anche a questa epoca tardiva, Rosa Luxemburg era ancora incapace di rompere totalmente con le tradizioni socialdemocratiche. Sebbene dichiarasse che la fase del programma minimo senza socialismo era compiuta, continuò ad aderire alla politica di « doppia prospettiva »: l’incertezza di una rivoluzione proletaria precoce esigeva che si definisse anche una politica tracciata nel quadro delle organizzazioni e delle istituzioni sociali esistenti. Praticamente ciò significava la partecipazione all’Assemblea nazionale ed ai sindacati. Tuttavia, la maggioranza del congresso votò per l’antiparlamentarisme e per la lotta contro i sindacati. Sebbene a malincuore, Rosa Luxemburg si inclinò davanti a questa decisione, e conformò i suoi atti e le sue parole. Fu assassinata due settimane dopo: è dunque impossibile dire se si sarebbe fermata o no su questa posizione. Comunque, i suoi discepoli, incoraggiati da Lenin, via il suo emissario, Radek, fecero esplodere il nuovo partito e raggrupparono la sua frazione parlamentare con una parte dei socialisti-indipendenti per costituire un « vero partito bolscevico », ma questa volta in quanto organizzazione di massa nel senso socialdemocratico del termine, in rivalità col vecchio partito socialdemocratico, per guadagnare gli operai allo scopo di forgiare uno strumento per la difesa della Russia bolscevica.
Ma tutto questo appartiene alla storia adesso. L’insuccesso delle rivoluzioni dell’Europa centrale, e lo sviluppo del capitalismo di stato in Russia, permisero al capitalismo di sormontare la crisi politica che seguì la Prima Guerra mondiale. Tuttavia le sue difficoltà economiche persisterono, e condussero ad una nuova crisi internazionale ed alla Seconda Guerra mondiale. Come le classi dirigenti—vecchie e nuove—tenevano in memoria le ripercussioni rivoluzionarie della Prima Guerra mondiale, anticiparono il loro possibile ritorno tramite il mezzo diretto dell’occupazione militare. L’enorme distruzione di capitale che occasionò la guerra, la centralizzazione che ne seguì, così come l’aumento della produttività del lavoro, permisero un potente sviluppo della produzione capitalista dopo questa seconda guerra. Il che provocò un’eclissi quasi totale delle aspirazioni rivoluzionarie, eccetto quelle che avevano avuto un carattere rigorosamente nazionalista o capitalista di stato. Questo effetto fu amplificato dallo sviluppo dell ‘ « economia mista », tanto sul piano nazionale che internazionale, dove vediamo i governi intervenire nell’attività economica. Come tutte le cose del passato, il marxismo diventò un disciplina accademica, il che è un segno del suo declino in quanto teoria del cambiamento sociale. La socialdemocrazia smise di considerarsi come un’organizzazione della classe operaia; diventò un partito del popolo, pronto a riempire le funzioni governative al profitto della società capitalista. Le organizzazioni comuniste ripresero allora il ruolo classico della socialdemocrazia, ivi compreso la sua sollecitudine a costituire o a partecipare a dei governi che sostengono il sistema capitalista. Il movimento operaio, diviso tra il bolscevismo e la socialdemocrazia, il che aveva motivato le preoccupazioni di Rosa Luxemburg, sparì.
Tuttavia, il capitalismo resta esposto alle crisi e minacciato di crollo. Tenuto conto dei nuovi mezzi di distruzione, potrebbe anche autodistruggersi durante un nuovo conflitto. Ma può anche essere rovesciato da una lotta di classi che lo trasformerebbe in socialismo. L’alternativa enunciata da Rosa Luxemburg —socialismo o barbarie—preserva tutta la sua validità. Lo stato attuale del movimento operaio, che ha perso ogni tendenza rivoluzionaria, mostra bene che il futuro del socialismo dipende più di azioni spontanee della classe operaia nel suo insieme che di anticipazioni ideologici su questo futuro socialista, anticipazioni che si manifesterebbero in nuove organizzazioni rivoluzionarie. In questa situazione, non c’è molto da ritenere delle esperienze anteriori, se non questa lezione negativa, che la socialdemocrazia ed il bolscevismo non hanno niente a che vedere con la rivoluzione proletaria. Opponendosi all’ uno ed all’altro, e nonostante tutte le sue incoerenze, Rosa Luxemburg ha aperto una nuova strada alla rivoluzione socialista. Malgrado certi errori teorici e certe illusioni in quanto alla pratica socialista, il suo percorso rivoluzionario conteneva gli elementi essenziali necessari ad una rivoluzione socialista: un internazionalismo senza faglia ed il principio dell’autodeterminazione della classe operaia nelle sue organizzazioni e nella società. Prendendo sul serio l’affermazione che l’emancipazione del proletariato sarà l’opera del proletariato stesso, ha collegato il passato e il futuro della rivoluzione. Le sue idee restano dunque cosi viventi tanto quanto l’idea stessa di rivoluzione, mentre tutti i suoi avversari nel vecchio movimento operaio sono diventati parte integrante della società capitalista decadente.

Note:
[1] Cf. la biographie de Rosa Luxemburg par J.-P. Nettl, la Vie et l’œuvre de Rosa Luxemburg, 2 T., Paris, Maspéro, 1972.
[2] E. Bernstein, Les présupposés du socialisme, Paris, Le Seuil, 1974.
[3] Mikhail I. Tugan-Baranovskï, Die theoretischen Gmndlagen des Marxismus (Les fondements théoriques du marxisme), Leipzig, Duncker et Humblot, 1905.
[4] K. Marx, le Capital, volume II, Le procès de circulation du capital, 1885.
[5] Ibid.
[6]Michael Kalecki, The problem of effective demand with Tugan-Baranovski and Rosa Luxemburg.
[7] Joan Robinson, introduction à Rosa Luxemburg, The accumulation of capital (1913 – Routledge and Kegan, 1951).
8. Rosa Luxemburg, La révolution russe, 1922. Paris, éd, Spartacus, 1946-1977, p. 13.
9. Ibid.
[10] Ibid p. 16.
[11] «Centralisme et démocratie» («Questions d’organisation de la social-démocratie russe»), in: Marxisme contre dictature, éd. Spartacus, 1946, p. 30.
[12] Rosa Luxemburg, La révolution russe, op. cit. p. 27.
[13] Ibid p. 29.
[14] Rosa Luxemburg, Réforme ou révolution (1899), Spartacus, 1947.
[15] Rosa Luxemburg, Grève générale, parti et syndicats (1906), Spartacus 1947.
[16] Sébastian Haffner, Failure of a revolution (New York, Library Press, 1972, p. 12).


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