1996 Osservazioni inattuali sull’attualità dell’opera di Maximilien Rubel [Janover]

Articolo di Louis Janover, stato tratto da Critique Communiste N°145 (1996). La traduzione è di Gianfranco Ragona.

Maximilien Rubel è morto il 28 febbraio all’età di 90 anni. Con lui scompare un testimone di tutti gli avvenimenti importanti del secolo. La sua vita infatti è stata abbastanza lunga per vedere la fine e trarre lezione del ciclo di sconvolgimenti cominciato con la Grande guerra.

Le rivoluzioni russe e la nascita dell’URSS, l’avvento dei fascismi e del nazismo, la repressione staliniana, la rivoluzione in Spagna, la Seconda guerra mondiale e i suoi orrori, la decolonizzazione, l’entrata nell’era nucleare e la guerra fredda, il crollo dell’URSS. Egli ha potuto misurare questa storia attraverso un’opera che ha mobilitato le passioni e le intelligenze come mai nel passato: quella di Marx, di cui è diventato conoscitore incontestato e, senza dubbio, unico per ricchezza della sua cultura e originalità della sua riflessione. Eppure, proprio a causa di questo statuto di « marxologo » ostile a tutti gli « ismi », intorno a lui è stato eretto un muro di silenzio e un evidente disconoscimento. Anche solo per lo spessore che ne caratterizza il pensiero, egli è uno stimolo per tutti coloro il cui senso critico non sia stato indebolito dalle vicende di una dialettica che spesso non ha avuto nulla di marxista se non il nome.

Le scarne notizie necrologiche che gli sono state consacrate dalla stampa si concentrano soprattutto sul suo ruolo di editore di Marx nella biblioteca della Pléiade, sui suoi meriti e sulle sue debolezze, ma non ne mettono in rilievo né l’importanza reale, né gli sviluppi del pensiero; la sua opera, infatti, travalica ampiamente una simile descrizione e non si concepisce senza riferimento al suo sforzo di restituire a Marx una radicalità negata da un culto degradante che lo priva della sua essenza vitale. Sarebbe un nonsenso presentare Rubel come un militante. Il contenuto critico del suo percorso procede piuttosto da una presa di distanza nei confronti di tutti i movimenti, partiti o gruppuscoli che riducono l’insegnamento di Marx a una guida per l’azione di un partito politico; la medesima distanza che si misura rispetto a tutti i ricercatori accademici decisi a classificare l’opera di Marx nello scaffale riservato ai classici del XIX secolo. Questo dubbio radicale era ai suoi occhi il più sicuro garante di una indipendenza di spirito, l’unico modo di trovare il filo conduttore per orientarsi nell’architettura di un’opera ai suoi tempi ancora in gran parte inesplorata.

In un secolo saturo di marxismi, Rubel ha immediatamente individuato l’esistenza di un fondamentale paradosso: il marxismo è nato e si è cristallizzato in un corpus dogmatico quando ancora la conoscenza degli scritti del preteso fondatore era frammentaria, lacunosa, limitata a qualche testo canonico. Un destino per diversi aspetti unico, significativamente esemplificato dalla sorte del pioniere della marxologia, David Borissovitch Riazanov, sindacali sta legato al bolscevismo. Protetto da Lenin, che gli mise a disposizione i mezzi per la sua impresa editoriale, fu poi destituito, esiliato a Saratov e fucilato nel periodo del grande terrore staliniano. A questa prima constatazione si è aggiunto un duplice interrogativo circa il senso dell’insegnamento di Marx: in quale modo un pensiero che pretendeva d’aver individuato in maniera scientifica la legge naturale che presiede allo sviluppo di una società poteva dare vita a tante interpretazioni divergenti, e persino contraddittorie? Come un insegnamento caratterizzato dalla critica del dominio e dello sfruttamento ha potuto essere strumentalizzato da partiti votati ad impadronirsi dell’apparato statale e a dettare alla classe operaia il cammino non per la propria liberazione, ma per mettere a valore la propria forza lavoro?

Nonostante abbia ostinatamente difes6 in Marx l’attualità del pensatore politico e dell’attore della politica, Maximilien Rubel ha sempre sostenuto che le molteplici scuole e sotto-scuole dette marxiste, protagoniste della controversia attorno al pensiero di Marx continuamente riattivata, distillavano un pensiero dogmatico contrario allo spirito impersonale del movimento operaio. Nessuno dubita che impedendo alle sezioni della I Internazionale di scegliere nomi settari, il Consiglio generale non avrebbe risparmiato il marxismo. Alla celebre parola d’ordine della I Internazionale: « L’emancipazione della classe operaia deve essere l’opera dei lavoratori stessi », risponde l’idea di Marx secondo la quale nella parte economica di un programma operaio devono apparire solo le « rivendicazioni che sono sorte realmente e spontaneamente dal movimento operaio stesso » (Lettera a Sorge, 5 novembre 1880).

Il pensiero di Marx, sostiene Rubel, non si riduce né alle scuole che si sono rifatte al suo nome, né alla sommatoria, dopo una selezione, di qualche verità parziale avanzata da tali marxismi. La sostanza stessa della sua opera, segnata dall' »unicità dello scopo » e dal rifiuto di arrivare, garanzia di una comunanza di destino con gli oppressi -‘ era estranea, persino ostile, a ogni feticismo onomastico. Al leader inglese H. M. Hyndman, col quale discuteva della paternità di idee relative all’organizzazione della classe operaia, Marx si rivolgeva mettendolo in guardia inequivocabilmente: « Sono fermamente convinto che il richiamo al Capitale e al suo autore sia stato un grossolano errore. Nei programmi di partito bisogna evitare tutto ciò che lasci indovinare una dipendenza diretta da questo o quell’autore o dal tal libro. Mi permetto di aggiungere che non sono i luoghi adatti per esporre nuove scoperte scientifiche come quelle che avete preso dal Capitale. E inoltre sono perfettamente fuori luogo nella presentazione di un programma i cui fini proclamati sono loro completamente estranei. » (Lettera del 2 luglio 1881).

Critica scientifica del modo di produzione capitalistico e richiamo all’autorganizzazione degli sfruttati, capaci, nelle loro lotte, di trovare i mezzi e le strade della propria emancipazione: questa duplice esigenza dell’insegnamento marxiano è inserita sia alla struttura dell’edizione delle opere di Marx nella Pléiade, sia all’analisi che Rubel conduce degli avvenimenti che hanno sconvolto il mondo e messo Marx in posizione di assoluta dipendenza rispetto agli stati che si richiamavano al suo nome e al comunismo. Così, per un verso, nascevano spontaneamente i soviet, i consigli di fabbrica, soggetti attivi di una storia che, per un breve momento, si è scontrata con la logica del dominio e dello sfruttamento; dall’altro, strateghi e teorici del partito bolscevico si facevano agenti della « legge economica del movimento della società moderna ».

La funzione ha creato l’organo e gli organizzatori appropriati. Divenuti uomini di potere e del potere, sono stati costretti, seppure loro malgrado, a sottomettersi alla « necessità storica », dunque a far pagare alla classe operaia il prezzo di una modernizzazione accelerata della Russia destinata a gettare le basi materiali del socialismo. Detto altrimenti, pretendevano di realizzare dopo il compito che Marx attribuiva alla borghesia prima, quale condizione di una « dittatura del proletariato » allora inconcepibile in Russia. Quel che ne è risultato in termini di distorsioni sul piano teorico e di repressione sul piano pratico, lo testimonia il martirio del popolo sovietico. Nella sua opera principale, Marx, critico del marxismo, (Edizione italiana: Editore Cappelli, Bologna 1981. Introduzione di Bruno Bongiovanni, traduzione di Sandro Toni) alla luce dei postulati fondamentali della concezione materialistica della storia, Rubel ha compiuto lo sforzo di chiarire il duplice significato di questi avvenimenti: da una parte, il rapporto « bolscevismo-marxismo », il problema riguardante « l’anello più debole », « lo sviluppo del capitale in URSS », il carattere di classe della « società di transizione » e « la funzione storica della nuova borghesia »; dall’altra, la concezione del « partito proletario » in Marx, la relazione tra « partiti e consigli operai » nella storia del movimento rivoluzionario e l’idea di « missione del proletariato » nel « Marx teorico dell’anarchismo » – in breve, ciò che concerne l’economia politica della classe operaia.

Ciò non significa che si debba confondere tutto a scapito del concetto di specificazione storica definito da Karl Korsch; tanto meno cancellare ogni differenza tra il periodo in cui i bolscevichi sognano di fare dell’Ottobre il detonatore di una rivoluzione europea, e in particolare tedesca, e quello in cui Stalin teorizza e dà impulso, dietro l’etichetta del « socialismo in un solo paese », alla costruzione di un capitalismo burocratico di stato. Ciò non toglie che le personalità contino meno delle forze sociali, economiche e culturali operanti. In Russia, in URSS poi, non si trattava « di persone se non nella misura in cui esse sono la personificazione delle categorie economiche, incarnazione di determinati interessi e rapporti di classe », e una tale analisi può meno « di qualsiasi altra rendere l’individuo ‘responsabile dei rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi » (« Prefazione » a Il Capitale. Libro Primo, 1867).

Senza mai dimenticare la lezione materialistica di Marx, Rubel l’ha completata con quella di Engels, che, sul ruolo dei rivoluzionari nei rivolgimenti sociali che vedeva arrivare in Russia, ossia un 1789 presto seguito da un nuovo 1793, diceva: « E’ uno dei casi eccezionali in cui un pugno di uomini può fare una rivoluzione […], liberare, attraverso un atto in sé insignificante, delle forze esplosive poi indomabili. Semmai il blanquismo – la fantasia di rivoluzionare tutta una società attraverso l’azione di una minoranza cospiratrice – avesse una certa ragione d’essere, questo si dà certamente a Pietroburgo. Accesa la miccia, liberate le forze e trasformata l’energia nazionale da potenziale in cinetica […], gli uomini che hanno dato fuoco alle polveri saranno trasportati da un’esplosione che sarà mille volte più forte di loro, e che cercherà il suo sbocco come potrà, come decideranno le forze e le resistenze economiche. Supponiamo che questi uomini immaginino di impadronirsi del potere, che importanza ha? Fatta la crepa che romperà la diga, sarà il fiume stesso a fare presto ragione delle loro illusioni. Ma se per caso queste illusioni avessero l’effetto di attribuire loro una forza di volontà superiore, perché lamentarsene? Coloro che si sono vantati di aver fatto una rivoluzione hanno sempre visto, il giorno dopo, che non sapevano quel che facevano, che la rivoluzione che avevano fatto non assomigliava in nulla a quel che avevano voluto fare. E’ ciò che Hegel definisce « l’ironia della Storia ». » (Lettera di Engels a Vera Zassoulitch, 23 aprile 1885). Il tragico destino dei primi bolscevichi e della Rivoluzione russa è scritto per intero in parole che occorre ricollegare ad alcuni dei postulati chiave del materialismo: « come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare un’epoca rivoluzionaria secondo la coscienza ch’essa ha di sé. » (« Prefazione » a Per la critica dell ‘economia politica, 1859). E, come Rubel si è sforzato di dimostrare, non si giudica il bolscevismo secondo la coscienza che esso aveva di se stesso.

Dovendosi concentrare sugli scritti di Marx, la marxologia ha dovuto, per rispettare il proprio « oggetto », ristabilire la critica marxiana nella sua « totalità », svelare il suo contenuto vivente: la « dialettica dello sviluppo socio-storico come divenire, pensiero e azione » legato alla « prassi storica della lotta di classe rivoluzionaria del proletariato » (Karl Korsch). Il suo compito è stato di restituire il pensiero di Marx alla sua funzione di strumento di analisi critica del capitalismo concepito come un tutto, mostrando che esso non si applica solo al modo di accumulazione definito dal diritto alla proprietà privata, ma anche a quello posto sotto l’egida del potere statale e codificato dal diritto della proprietà collettiva. La fedeltà agli scritti di Marx gli imponeva non solo di arricchire la conoscenza dell’opera di un autore maltrattato come nessun altro, ma anche di estendere l’analisi del capitalismo alle forme inedite che ha assunto nelle società cosiddette di « transizione verso il socialismo »; di trarre « dall’analisi marxiana numerosi elementi metodologici e critici della società contemporanea », di cui Marx non poteva all’epoca misurare l’importanza. L’analisi di Rubel ha svelato il mito dell’Ottobre e le sue conseguenze, e confrontato, sulla base delle tesi dello stesso Marx, « l’ideologia sovietica della crescita e la realtà sociale di cui è ornamento » (Rubel).

Se Rubel si è continuamente interrogato sulle illusioni e le disillusioni dei protagonisti di questa storia, ciò non vuoi dire che abbia spinto Marx nelle secche di un antimarxismo senza sfumature, né che abbia confuso le « due forme di ricezione di Marx », prima e dopo l’Ottobre. La frase di Marx cui si era appellato per sottolineare il paradosso del marxismo – « tutto ciò che so è che io non sono « marxista » » – segna senza dubbio la distanza tra la ricchezza dell’opera del fondatore e, suo malgrado, l’impoverimento che ha subito da parte degli epigoni. Ma questo avvertimento premonitore non ha evidentemente pregiudicato gli apporti di una corrente che ha inciso profondamente nella storia del movimento operaio rivoluzionario fino al 1914 e oltre. Essa non ha forse prodotto, dopo il 1917, le prime critiche materialistiche della Rivoluzione d’ottobre e del bolscevismo, e messo in luce, con gli anarchici, la vera storia parallela, quella della « Rivoluzione sconosciuta »? Sono state analisi e critiche che i teorici del totalitarismo e dell’antitotalitarismo hanno sempre occultato, desiderosi innanzi tutto di ridare fasto alla democrazia o al socialismo e di dare un senso universale all’opposizione mondo libero/mondo comunista, dove le parole « libero » e « comunista » rispondevano entrambe allo stesso bisogno mistificatorio.

Rosa Luxemburg, Pannekoek, Mauick e Korsch sono tutti marxisfi che hanno trovato posto negli Etudes de marxologie che Maximilien Rubel animava. Essi rappresentano, agli antipodi di una ricerca specializzata in senso stretto e di una disciplina scientifica senza apertura sul presente, il luogo di discussione e di critica dove Marx ha continuato a vivere di vita propria senza essere condannato a sconfessarsi, riproducendo pedisseqùamente la vulgata marxista-leninista, oppure a discolparsi per aver dato la prova « scientifica » di ciò che 1′ Ottobre e i suoi esiti confermeranno: e cioè che nessuna legge dello sviluppo ineguale, nessuna teoria dell’ « anello più debole », può correggere e ancor meno annullare la legge economica del n~ovimento della società moderna concretizzata dalle leggi dell’accumulazione del capitale.

Negli Etudes de marxologie, un « Marx così com’è » (per riprendere il titolo di un suo contributo dedicato alla ricezione dell’opera di Rubel e dell’edizione della Pléiade di Marx, in uscita nel prossimo numero della rivista) ha potuto ritrovare le sue radici intellettuali e morali e conservare intatti i semi dell’avvenire. Se infatti Rubel rifiutava lo statuto di militante, che lo avrebbe arruolato sotto la bandiera di un partito, di una cappella marxista, anarchica oppure, perché no?, libertaria – un crocevia dove oggi s’intersecano tutte le abiure per agghindarsi delle virtù di un’illusoria « libera libertà » – non ha neppure assecondato la logica della specializzazione, che avrebbe privato Marx del suo spazio naturale: la rivolta contro tutti i poteri e contro ogni tipo di alienazione, tra le quali quella del pensiero accademico non è la meno rilevante.

Il tomo III, « Filosofia », delle Opere di Marx nella Pléiade è stato pubblicato nel 1982, proprio quando la presenza del Partito comunista francese al governo accresceva le attese e le illusioni del popolo di sinistra e attivava le paure anticomuniste delle classi agiate e degli intellettuali antitotalitari – i quali non vedono il comunismo che attraverso la lente deformante dei partiti. In simili condizioni, è comprensibile che il volume sia stato accolto da un fiorire di articoli più o meno ispirati, a riprova dell’attualità politica dell’opera di Marx. Non mancò neanche Jacques Julliard, noto urlatore del Nouvel Observateur che apostrofò il « vecchio e nobile Karl », rimproverando a questo « grande precursore di tutti i burocrati » di non avere lasciato nulla sul « dominio politico », di avere « trascurato la teoria politica » (25 marzo 1983). Ad un altro anello della stessa catena, uno zelante discepolo di Althusser, per nulla scoraggiato dal tentativo fallito del maestro di trasformare il marxismo universitario a misura dell’antiumanesimo del momento, grazie a una « rottura epistemologica » operata chirurgicamente nelle opere di Marx, s’impegnerà a fare la lezione a Rubel. E poco conta il destino di Marx lasciato agli adepti del Partito comunista rispetto alle « scelte impossibili e ai tagli arbitrari » decisi da Rubel, nella sua perversa volontà di trasformare L’ideologia tedesca, per esempio, « in un’opera di teoria pura » e di procedere ad « un’operazione di falsificazione » – rimprovero appunto enunciato, come conviene, « secondo un punto di vista scientifico » (E. Balibar, Libération, 26 e 27 giugno 1982). Senza poi dimenticare il punto di arrivo che, senza dubbio, porta il marchio di fabbrica: « il marxismo di Stato (…) deve pur qualcosa a Marx » – parallelamente, conveniamone, la menzogna non si concepisce senza la verità, la frusta senza la schiena sulla quale si abbatte… I lettori di Libération venivano discretamente indirizzati verso le Editions Sociales sotto il controllo del Partito comunista e dell’impresa finanziata dagli Istituti marxisti-leninisti di Mosca e Berlino, organizzazioni di partito collegate agli organi centrali del Pcus e del Sed. Nessun cenno ovviamente a ciò che significasse concretamente, politicamente, per il pensiero di Marx, l’appropriazione da parte del Partito comunista della sua opera, divenuta proprietà naturale di Stati cosiddetti marxisti. E neppure, conseguentemente, all’enorme macchina istituzionale di falsificazione alla quale Rubel dovette far fronte per liberare Marx da questa ortodossia paralizzante.

Da allora, la situazione è cambiata completamente. Pur offrendo ricca materia di riflessione politica sull’immediata attualità – con testi tanto fondamentali come Il J8 brumaio di Luigi Bonaparte e Lotte di classe in Francia – il torno IV « Politica I », delle Opere di Marx nella Pléiade pubblicate nel settembre 1994, non ha per nulla attirato l’attenzione di pensatori, politologi, giornalisti e di altri osservatori della vita intellettuale; neanche del principale, Jacques Julliard, che suo tempo aveva voluto fare la morale a Marx, colpevole di non aver riflettuto sulla politica, in altre parole sul totalitarismo « sovietico ».. Il fatto è che nel frattempo il crollo dell’URSS ha sconvolto la situazione politica e geopolitica, dunque il rapporto puramente strumentale che questi guardiani critici intrattenevano con l’opera di Marx. Sotto il profilo editoriale, le Editions sociales e gli Istituti marxisti-leninisti non sono sopravvissuti ai naufragi dei loro partiti e all’autoaffondamento degli Stati protettori. La Fondazione internazionale Marx-Engels (Imes), che nel frattempo è stata incaricata di condurre in porto l’edizione storico-critico dell’opera dei due pensatori rivoluzionari, ha abbandonato ogni riferimento ideologico, senza per questo rinunciare al dogmatismo di una volta. Un sviluppo logico, se si pensa che alcuni vecchi guardiani dell’ortodossia, fino a ieri incaricati di illuminare il pensiero di Marx « alla luce del marxismo », sono ora chiamati alla stretta osservanza delle regole « scientifiche » della marxologia, ma che doveva prevedere le dimissioni di Rubel dal consiglio scientifico: certo, perché la « scienza » mal si adatta a questo genere di adattamenti.

Le condizioni politiche e sociali nelle quali questo radicale mutamento d’orientamento ha avuto luogo offrono senza dubbio la chiave per permettere di comprendere l’attuale rilevanza dello sforzo compiuto da Rubel. Se può contare su di una solida base editoriale e su di un’erudizione infallibile, che nessuna critica è riuscita ad intaccare, non si appoggia a nessuna rete di connivenza politica o alle strategie di potere dei partiti di sinistra, capaci nel compenso di riciclare a loro vantaggio tutti i marxismi di una volta. Rimane per di più inclassificabile: non si vede infatti chi potrebbe farsi carico oggi della memoria del passato e della critica del presente ch’ essa rappresenta. In Francia, facendo eccezione dei rari gruppuscoli di una estrema sinistra in via d’estinzione, gli ambiti marxisti, di qualunque obbedienza fossero, si sono contesi per decenni l’eredità dell’Ottobre. Colpiti poi in pieno dal crollo di un regime che li teneva con il fiato sospeso, sia che lo difendessero sia che lo criticassero, hanno dovuto procedere ad un aggiornamento teorico; certo, ben guardandosi dal mettere in gioco il mito comune fondante la loro identità. Sulla base di una sommaria ripulitura semantica, l’aggettivo « marxiano », che solo fino a ieri si presumeva appartenere al vocabolario degli interpreti « borghesi » di Marx, ha preso il posto di un « marxismo » tolto senza tanti scrupoli dallo « spazio » che gli era stato riservato dal partito. Insomma, 1′ « opera marxista » ha fatto il suo tempo, spazio « all’opera marxiana »!

Un salutare ritorno a Marx, si dirà. Ma verso quale Marx ci vogliono portare? E chi? Alcuni non esiteranno, per correggere l’autore del Capitale, a riscoprire nel mercato il criterio di regolazione degli scambi e nella libera contrattazione la nuova norma destinata a istillare giustizia nei rapporti fra gli individui; altri finiranno con l’accogliere Martin Heidegger come testimone a carico della cecità di Marx rispetto agli effetti distruttori della tecnica sulla natura e sull’ambiente; altri ancora s’ingegneranno con ricostruzioni speculative, tornando sui problemi mille volte sollevati e dibattuti della libertà e della necessità, mascherando dietro gerghi incomprensibili quelle che fino a ieri venivano chiamate le condizioni oggettive e soggettive del socialismo. Come se tutto ciò che è stato fatto e scritto su Marx sia da considerarsi nullo e non avvenuto!

Dell’opera di Rubel, di cui essi non ignorano le ricerche sul Piano stabilito da Marx e nemmeno sui rapporti tra utopia e scienza, l’etica e l’ideologia, fanno propria un’idea semplice, ma che spesso ingigantiscono senza limite: Marx non è assolutamente prigioniero del « determinismo » codificato dal Diamat, ed è in un certo senso « il più utopista degli utopisti ». Invece di comprendere la natura del principio materialista che fonda l’unità interna del sistema di pensiero di Marx e la sua coerenza, essi rinunciano a legare questa ispirazione utopica materialista della sua concezione della società e della storia, dunque la finalità rivoluzionaria della sua azione, di ridurre il suo pensiero ad un aggregato di elementi riguardanti settori specifici della ricerca socio-economica, così da celare il punto di vista critico globale che è a fondamento della loro unità. Prese separatamente, infatti, queste proposte critiche non colgono che certi aspetti del sistema capitalistico: la sfera economica, lo Stato, l’insegnamento, la religione, la scienza, l’ecologia, l’arte e altre espressioni della vita culturale. Esse non riguardano che la causalità degli avvenimenti storici e non escono dal quadro della società borghese e del suo Stato (Karl Korsch). Dopo questa reductio ad absurdum, cosa resta di Marx: un’ombra fluttuante nell’aria del tempo, uno spettro senza il corpo della sua teoria e che il mondo accademico può invocare e convocare senza rischio alcuno in seminari o convegni. Così, la « carne » rivoluzionaria, la teoria della lotta di classe, viene separata dalla sua ossatura, cioè da quella che Rosa Luxemburg considerava la pietra angolare del comunismo: la necessità oggettiva e storica della rivoluzione fondata sulla concentrazione dei capitali e l’espropriazione degli espropriatori, che « si realizza attraverso il gioco delle leggi immanenti della produzione capitalistica » (« Conclusione » al Capitale); da quelle tendenze che operano e si fanno sentire con bronzea necessità » e sviluppano « degli antagonismi sociali » che la lotta tra le classi porta alle estreme conseguenze (« Prefazione » al Capitale).

Paradossalmente, si può pensare che il revisionismo di questi cattedratici neomarxisti allontani Marx dal marxismo delle origini più di quanto non fece Rubel. Aver creduto che il leninismo e il suo volontarismo costituissero la dimensione rivoluzionaria del marxismo, ha fatto perdere loro di vista il fatto che una corrente marxista radicale si è affermata nella critica delle teorie dì Lenin e del bolscevismo e che sola permette a Marx e al comunismo dì salvarsi dal crollo delle certezze nate con l’Ottobre. Se si prendono sul serio i postulati fondamentali della concezione materialistica della storia, non sarebbe allora logico affermare che l’opera di Maximilien Rubel abbia conservato il nocciolo critico del marxismo contro i marxisti? Salvando la parte di Marx che i marxisti hanno rimosso per non separarsi dalla rivoluzione bolscevica e dalla corrente di adesione e simpatia che suscitato negli operai e negli intellettuali, questa « marxologia » attiva ha permesso al marxismo di uscire dal circolo vizioso nel quale I’ aveva rinchiuso la fedeltà all’Ottobre bolscevico e di andare fino in fondo nella critica, senza perdere per questo il suo statuto rivoluzionario.

Si comprendono quindi le resistenze e la cospirazione del silenzio di coloro ch’essa ha messo irresolutamente, in nome di Marx e dei classici del marxismo, davanti ai limiti e alle aporie della loro critica parziale. Citare le Editions sociales, invece della edizione della Pléiade, malgrado le sue riconosciute qualità, è una scelta che politicamente la dice lunga e che dà la misura di cosa rappresenti 1′ « analista Rubel ». Di qui scaturiscono anche i processi alle intenzioni da parte di tutti i tribunali di marxisti, soprattutto le falsificazioni degli ideologi del Pcf, che ha visto in quest’opera il granello di sabbia capace d’inceppare un meccanismo, perfettamente oliato, di mistificazione e strumentalizzazione della tradizione de] movimento operaio. Nell’assai ortodossa Nauvelle Critique, E. Bottigelli ci spiegava nel gennaio 1952 come, ornando la sua argomentazione di citazioni di Stalin, lo scopo di Rùbel fosse di « strappare all’Unione Sovietica il « monopolio » del marxismo », visto che « di fronte al fascino che esercita sulle masse che vedono nell’URSS il socialismo realizzato, bisogna denunciare la teoria e la pratica sovietica di « alterazione » del marxismo ». Il « partito invisibile del sapere reale », così come l’intendeva Rubel a proposito di Marx, era il « partito che vedeva l’uno vicino all’altro niente di meno che Mossé e Marceau Pivert, Truman e De Gaulle ». Un filosofo legato al Pcf, André Tosel, aveva espresso una pia speranza: che l’edizione della Pléìade, rimanesse impresa « mancata », « nascesse morta ».(Etudes philosophiques, no.2, 1972; risposta di Rubel, ivi, no.1, 1973). E Antoine Spire, responsabile all’epoca delle (ora) scomparse Editions sociales, consigliava al suo collega delle Editions Martinsart di non « disonorarsi pubblicando Marx con l’aiuto della vecchia edizione Costes o dell’edizione Rubel ». (Lettera del 13 novembre 1977). A L’Humanité è bastato scegliere a caso in questo pozzo senza fondo di dicerie marxiste per redigere un necrologio di Rubel all’altezza degli onori di un tempo. Infatti, anche se la riconversione politica mette le pagine a disposizione di tutti gli ex e assimilati, con lo sfrenato ecumenismo fondato sull’oblio dei peccati comuni che ne consegue, il Marx di Rubel non si lascia tanto facilmente addomesticare.

« L’intera attività (di Rubel) puntava ad opporre il pensiero di Marx a tutti i marxismi attivi », sottolinea un’anonima penna, che si guarda bene dal spiegarci in cosa consisteva 1′ « azione » ditali marxismi, e qual’è il bilancio globalmente positivo che sarebbe possibile trarne. La verità di questa menzogna è che effettivamente l’opera di Rubel si oppone all’azione di questi marxismi, che sarebbe forse meglio « trasformare Marx in un moralista e in un umanista asettico », piuttosto che fargli indossare la giacca insanguinata di cui i nostri marxisti non si stancano di elogiare la bellezza. Che l’etica materialista, espressione di un impegno di classe, diventi una forma di umanesimo agli occhi dei « rivoluzionari » del Pcf e dei suoi emuli, è facile comprenderlo. Infatti, in materia di mezzi e fini hanno dato dei punti anche a Loyola in persona. Nondimeno, le loro osservazioni esprimono tutto il sarcasmo che il vizio palesa quando rende omaggio alla virtù. Per contro, la nòta « dotta » che ritroviàmo, in mancanza di altri argomenti, in tutti i critici di Rubel nutriti dei sani principi del Pcf, merita qualche attenzione. Si tratta della tesi secondo cui la « separazione (degli scritti di Marx nella Pléiade) in « Economia », « Filosofia » e ‘Politica » induce a pensare (sic!) che i tre ambiti sarebbero in Marx indipendenti gli uni dagli altri… ».

E’ evidentemente una falsa « induzione ». Già nei « Manoscritti economico-filosofici », il primo abbozzo di una critica dell’economia politica (1844), Marx si proponeva di fare « succedere in opuscoli distinti e indipendenti la critica del diritto, della morale, della politica, ecc. » Basta poi passare in rassegna le sue opere principali – « La Sacra famiglia », « L’ideologia tedesca », « Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte », « Il Capitale » e « La guerra civile in Francia » – affinché l’evidenza s’imponga: il procedimento d’indagine obbligava Marx a distinguere nel suo metodo espositivo tre assi di riflessione: critica della filosofia, critica dell’economia, critica della politica, il cui « legame intimo » procedeva dal medesimo punto di vista critico. Il principio editoriale adottato da Rubel, nell’ottica di riunire le opere e gli scritti di Marx in scelte coerenti e offrire così dei volumi accessibili al di là di cerchie ristrette, rispetta le articolazioni dialettiche e logiche tra i diversi ambiti e le varie materie esplorate da Marx in ogni tappa della sua analisi. Esso trova ulteriore giustificazione nel caso di una edizione che « non è una raccolta di testi completi, ma di opere pensate » (« Avertissement » a K.Marx, Oeuvres. Politique I, Gaiiitnard, Bibliothèque de la Pléiade, p.XII). Il che non intacca in alcun modo l’unità critica dell’insieme, da cui deriva la pessenza dei « Manoscritti economico-filosofici » del 1844 nel tomo II dell’ « Economia », visto il loro diretto collegamento con l’insieme del materiale scritto in epoca successiva; e quella del « Manifesto del Partito comunista » e di altri testi « politici », nell' »Economia I » come nel Folio-Essais Philosophie, senza che sia necessario ripeterne la pubb!icazione nel volume di « Politica ».

« Noi siamo, sottolineava Rube], di fronte a un atteggiamento globale, invisibile nel suo principio. » E se, di fatto, l’analisi non ha mai potuto evitare di scomporre l’opera in ciò che essa definisce come propri elementi costitutivi e di valutare uno dopo l’altro i modi di pensare che si manifestano in perfetta simultaneità, « su questo piano i dati messi in serie si scoprono all’osservazione come animati di « continuità ». Non esistono, in effetti, letture etiche di Marx, ma una lettura di Marx che dimostra come l’impulso etico sia l’elemento unificante della sua opera, per cui essa richiede « la simultaneità del fioe e del mezzo nella coscienza e nella prassi rivoluzionaria » (M.Rubel, Karl Marx. Essai de biographie intellectuelle, 1971, I ed. 1959). Emest Mandel, trotzkista impegnato, non esitava a esprimere onestamente i suoi dubbi in merito ai « commenti molti critici (…) formulati a proposito della Sua opera Karl Marx. Pages choisies pour une éthique socialiste. Oggi credo, scriveva a Rubel, che la Sua tesi sia fondamentalmente giusta, anche se io preferisco utilizzare i termini di « impulso emancipatorio », « obiettivo di emancipazione », « motivo di emancipazione » rispetto a quello di « etico », per definire la motivazione fondamentale di Marx. Ma si tratta di una motivazione separata dall’opera dello studioso, che occorre considerare in quanto tale » (Lettera del 21ottobre 1984). In realtà, Ernest Mandel riproduce una dualità artificiosa proprio dove Rubel ha con precisione mostrato in cosa consiste l’unità. Il pensiero marxiano, infatti, non è assolutamente il riflesso di una duplice attività, ma l’espressione di un’unica preoccupazione, insieme scientifica e critica. E’ impossibile separare il giudizio di valore dall’argomento scientifico: l’utopia è inscritta nell’analisi del modo di produzione capitalistico come finalità rivoluzionaria ditale critica, cioè l’espropriazione degli espropriatori e la fine degli antagonismi di classe. Ecco perché Rubel, con gran danno di tutti i devoti, non ha indietreggiato davanti al supremo sacrilegio, cogliendo fino in fondo l’intuizione di Korsch: per ristabilire l’ordine logico e dialettico voluto da Marx – costretto ad agire con astuzia con la censura -, era giocoforza mettere in conclusione del Libro I del « Capitale » quello che era stato apparso come penultimo capitolo, « Tendenza storica dell’accumulazione capitalistica ». Gli autori del « Manifesto » avevano così potuto scegliere le parole più appropriate per annunciare profeticamente 1′ « inevitabile » trionfo del proletariato.

Di fronte alla pretesa di trasformare i « marxismi » nella verità dell’opera di Marx e di strumentalizzarne il pensiero per i fini politici che conosciamo, anche se oggi si finge di non averne saputo nulla, l’edizione della Pléiade è nata come intervento d’emergenza per il salvataggio di un’opera in pericolo di soffocamento e di morte, facendosi carico dei rischi che questa operazione comportava: infrangere i tabù accademici, privilegiare il principio pedagogico in luogo di una fedeltà filologica che confinava con l’inaridimento, rispettare lo spirito piuttosto che la lettera. E proprio questa fedeltà allo spirito di Marx, l’ha salvata dal naufragio che ha inghiottito le imprese editoriali sottomesse all’ideologia di Stato.

« Aberrazione storicamente efficace, senza dubbio, mistificazione riuscita, e contro la quale nessuno saprebbe aver ragione… se non Marx medesimo », diceva Rubel nel già citato Essai de biographie intellectuelle, scrivendo delle manipolazioni ideologiche del comunismo realmente inesistente in un’epoca in cui nessuno immaginava quanto ancora potessero durare. Ed è in effetti la ragione per cui l’edizione di Rubel non ha trionfato per difetto, come potrebbe far pensare la crisi delle Editions sociales. Essa ha invece avuto la meglio svelando il falso, nel senso in cui, per Spinoza, « come la luce rivela sia se stessa che le tenebre, così la verità dice se stessa e il falso ». Invece di prendere il capitalismo di Stato come misura del capitalismo e il marxismo come misura di Marx, Maximilien Rubel ha preso Marx come cifra del vero guardando al marxismo e al comunismo. Un Marx illuminato da un riferimento continuo ad una corrente di rivolta e di pensiero, come illustra l’apparato di note, di avvertenze e di indici espressamente concepito, che è riuscita a nutrire una critica volta a sospingere se stessa verso il futuro.

Nella « Prefazione » alla « Critica dell’economia politica » (1859), dove ripercorre brevemente il suo percorso intellettuale e riassume il risultato delle sue ricerche, Marx aggiunge alla sua esposizione un significato inedito della « concezione materialistica e critica del mondo »: « le forze che si sviluppano in seno alla società borghese creano contemporaneamente le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana. » Il modo indicativo nasconde in realtà un intento prescrittivo, poiché il concetto di « preistoria », che s’insinua in una previsione di tipo scientifico, subordina l’azione necessaria al fine auspicato. Infatti, se « l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere », il ragionamento mantiene la sua coerenza logica solo grazie ad un elemento di mediazione: l’intervento cosciente della classe che può assicurare la transizione verso una nuova formazione sociale. Titolando l’ultimo quaderno degli Etudes de Marxologie « Marx e la fine della preistoria », cosa ha voluto dire Rubel? Che il crollo degli Stati « totalitari » e del loro modo di organizzazione pianificata della produzione non metteva assolutamente fine alla preistoria di una società sottomessa più che mai al totalitarismo del mercato. E che il pensiero di Marx restava l’indispensabile strumento di analisi volto al futuro, filo conduttore nella lotta contro i nuovi ostacoli innalzati dal capitalismo all’ « ingresso dell’umanità nella sua vera e propria storia. ».


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