1998 Dopo il marxismo, Marx- Il Manifesto dopo 150 anni [Mattick Jr]

Dubito che esista ancora qualcuno che creda nella fine della storia, un quarto d’ora per Francis Fukujama è un periodo di tempo molto breve, ma risulta difficile negare che il marxismo, come dottrina e come programma politico o piuttosto come insieme di dottrine e di relativi programmi, sia giunto alla sua fine.

In tal senso il Marxismo è stata la correlazione teorica tra ciò che amo definire Sinistra Storica, i partiti dei lavoratori, i sindacati e le sette radicali che si sono cristallizzati al di fuori dei movimenti dei lavoratori del diciannovesimo secolo e dei primi anni del nostro secolo. Mentre queste tre forme di organizzazione naturalmente esistono tuttora, i partiti politici con un certo peso hanno abbandonato da tempo il socialismo, il sindacalismo non solo non rappresenta una azione radicale ma batte in ritirata ovunque, le sette poi vivono una realtà virtuale nei siti poco visitati di Internet. In tal senso tutta la Sinistra, per quanto riguarda tutti gli obiettivi concreti, è finita a partire dalla seconda guerra mondiale. La trasformazione della stessa Unione Sovietica, identificata per lungo tempo con il Marxismo e non come parte dell’ideologia capitalista e le cui vestigia erano nei cuori e nelle menti dei « progressisti » di ogni parte, in un capitalismo gangsteristico è solamente l’esempio più spettacolare di questa evoluzione.

Con la sua scomparsa la Sinistra Storica si è portata con se il Marxismo come visione del mondo, come teoria della storia, come guida o come giustificazione della strategia politica e delle tattiche ed ha lasciato un residuo teorico, un fantasma del suo passato che è stato relegato nelle accademie. Esiste una storia dell’arte Marxista (o marxizzante), una critica letteraria, l’antropologia ed infine (o soprattutto) una economia marxista. L’ unica parte della teoria che è venuta a mancare, in maniera piuttosto sorprendente, è quella a cui Marx ha dedicato l’ impegno maggiore: la critica dell’economia politica. Uno sguardo su volumi usciti recentemente come Marxism in the Postmodern Age o Whither Marxism? ci permette di scoprire che non esiste un solo saggio su quest’argomento che al massimo viene appena menzionato. Anche gli adepti dell’ « Economia Marxista » per la maggior parte utilizzano adattamenti degli approcci alle procedure teoriche di Marx che siano accettabili da un punto di vista accademico. Allo stesso modo non esiste una discussione sull’obiettivo su cui Marx aveva impostato la sua critica nel trattare il comunismo, in base al quale egli considerava il comunismo come l’abolizione contemporanea del lavoro salariato e dello stato. Eppure, niente meno che un osservatorio di tendenza per gente di cultura media come The New Yorker si è dimostrato adatto per inneggiare a Marx come « il Nuovo Pensatore ». Che questa predizione sia o meno accurata, il 150° anniversario della pubblicazione del Manifesto Comunista fornisce una buona occasione per prendere in considerazione l’importanza di Marx nella situazione attuale e nel futuro.

Per essere precisi, il Manifesto dovrebbe essere attribuito congiuntamente a Marx e ad Engels, qualsiasi divergenza successiva sorta tra di loro rispetto a questioni come la dialettica della natura o l’elevazione del « Marxismo » a dottrina totalizzante, il Manifesto mostra la stimolante fusione prodotta dalla amicizia politica, intellettuale e personale del Zweimännerpartei nel decennio del 1840. In particolare, come ha sostenuto in maniera valida Richard Hunt, ad Engels dovrebbe essere attribuita l’idea, storicamente concreta, dello stato moderno come un « comitato per la gestione degli affari comuni di tutta la borghesia », che appare nel loro lavoro comune, prendendo il posto del concetto più astratto dello stato che si può ritrovare negli scritti precedenti di Marx .

Il Manifesto rappresenta un tentativo per applicare una concezione generale della trasformazione sociale moderna per la comprensione di una situazione specifica, l’Europa in generale ed in particolare la Germania alla vigilia del 1848. Una successiva pubblicazione nel 1872 in Germania sulla scia della Comune di Parigi, fu l’occasione per una nuova prefazione nella quale gli autori scrissero che il programma politico del documento, come le sue analisi sulla situazione politica, erano « superate ». Per questi motivi essi giudicavano « il Manifesto un documento storico che crediamo di non avere il diritto di cambiare ». Tuttavia ritenevano che « i principi generali esposti nel documento sono completamente corretti oggi e per sempre ». I centoventicinque anni che sono passati da allora hanno forse messo in discussione i principi generali?

Forse, la debolezza teorica più consistente del Manifesto sta nella mancanza di sviluppo della teoria economica, le crisi periodiche sono causate dalla sovrapproduzione, che poteva essere superata dalla distruzione delle forze produttive e dall’espansione del mercato.

Da una parte, mentre Marx aveva dedicato un’intera vita di lavoro per sviluppare la critica dell’economia politica, cosicché le crisi venivano considerate prevalentemente relative alla dinamica dell’estrazione e dell’accumulazione del plusvalore, egli non ha mai smesso di sottolineare la centralità delle crisi nel determinare le spinte rivoluzionarie. Per Marx la coscienza è insita nella pratica sociale. Così, i movimenti rivoluzionari non vengono prodotti dai pensatori, comunque grandi, ma dalla pressione delle circostanze sulle masse di individui le attività dei quali vengono radicalmente mutate dalla trasformazione della vita sociale.

Una delle argomentazioni principali del Manifesto è l’affermazione che « la nostra epoca, l’epoca della borghesia, possiede […] una caratteristica che la contraddistingue: sono stati semplificati gli antagonismi di classe », che portano ad un conflitto tra due grandi classi.

Marx ed Engels credevano che lo sviluppo del capitalismo stava eliminando tutti i raggruppamenti di classe precedenti l’epoca moderna non identificabili con il lavoro salariato o col capitale, spingendo all’interno del proletariato gli strati intermedi, come bottegai, artigiani, contadini. Allo stesso tempo, venivano eliminate le distinzioni all’interno della classe operaia, come la nazionalità, il sesso ed il reddito. Qui è interessante confrontare nuovamente questa immagine che Marx elaborò negli ultimi anni. Una esperienza maggiore aveva reso chiaro che l’impoverimento relativo che Marx aveva previsto non implicava un impoverimento assoluto della classe operaia nel suo insieme. Mentre Marx non riuscì mai a scrivere il libro sul lavoro salariato previsto dopo il Capitale, la sua tesi successiva aveva dato uno spazio adeguato alla sfera dei salari e delle condizioni che differenziavano i vari gruppi di lavoratori, e l’importanza che egli (ed Engels) aveva dato nei suoi commenti giornalistici e politici sullo sciovinismo anti-irlandese dei lavoratori inglesi, e sulle tendenze razziali contro i neri degli irlandesi in America, dimostrano il suo realismo sui limiti che presenta l’unità del proletariato.

Guardando indietro, possiamo osservare l’erroneità nella dichiarazione del Manifesto secondo la quale il capitalismo « ha sostituito il puro, spudorato, diretto e brutale sfruttamento » con le forme di sfruttamento più moderne « nascoste dalle illusioni religiose e politiche » in modo da permettere « nessun tipo di legame tra uomo ed uomo […] se non l’inesorabile « pagamento in contanti » (487). Da una parte, persistono le vecchie illusioni: il capitalismo non ha, contrariamente alle affermazioni di Marx ed Engels, « soffocato il trasporto divino del fervore religioso » ed « il sentimentalismo filisteo, con il freddo calcolo egoistico » (487), ma, al contrario, ha trovato il modo di combinare le due cose.

Ancora più importante, anche se spesso poco conosciuto, è che il capitalismo ha prodotto nuovi tipi di illusione, come Marx stesso stava dimostrando in dettaglio nel Capitale, l’economia ha fornito la più importante delle coperture ideologiche della realtà borghese, così lo sfruttamento stesso, per esempio, viene definito come approviggionamento di « lavoro », per es. di lavoro salariato, a favore dei diversi dipendenti. L’emergere dell’economia come principale ideologia dell’epoca moderna (con altre importanti strutture ideologiche, come l’arte, comunemente considerata in contrasto con essa) rappresenta nel mondo della filosofia l’equivalente della centralità del « pagamento in contanti » nelle relazioni sociali di oggi. Per fare un esempio importante, è profondamente vero che « le differenze d’età, di sesso non hanno più alcuna validità sociale determinata per la classe lavoratrice » (491) l’integrazione delle donne nella forza lavoro procede incessantemente in tutto il mondo accompagnata dalla richiesta di coscienza. Mentre si può rimanere colpiti leggendo, nella parte dedicata ai « valori della famiglia », l’affermazione in cui « la borghesia ha estirpato dalla famiglia il suo carattere sentimentale », alla realtà della quale danno una risposta gli slogan conservatori, è l’attuale inutilità dell’ideale propagandistico. Con dei genitori segregati negli ospizi e nei condomini assolati, bambini abbandonati di fronte agli spettacoli commerciali da genitori che lavorano continuamente, i single condannati alla povertà ed al disprezzo, la vita familiare di oggi, nonostante le frasi raffinate dei politici e degli esperti, invece è dominata dal « rapporto monetario ».

Di conseguenza la descrizione del capitalismo nel Manifesto era considerata come la descrizione di una tendenza, e come tale così accurata che spesso sembra essere un commento di ciò che accade oggi. La « globalizzazione » potrebbe diventare lo slogan di oggi, ma nel 1848 Marx ed Engels avevano descritto come « la borghesia, attraverso lo sfruttamento del mercato mondiale, ha fornito un carattere cosmopolita alla produzione ed al consumo in ogni paese » che si estende anche con la formazione di una « letteratura mondiale » dalle letterature nazionali e locali (488). Essi hanno scritto sull’urbanizzazione e sull’agglomerazione delle popolazioni in grandi centri, sulla formazione delle multinazionali, sulla accelerazione continua dei cambiamenti tecnologici. Se la « riforma del Welfare » è diventata una delle manie più recenti dei governi, questa conferma in un nuovo modo, la previsione del Manifesto che il capitale non non può sfruttare economicamente la totalità della forza lavoro, in esso viene affermato che la borghesia « è incapace di governare poiché non è in grado di garantire un’esistenza al suo schiavo all’interno della sua schiavitù, in quanto non può garantirgli di cadere in questo stato, poiché dovrebbe alimentarlo, invece di essere alimentata da lui » (495-96).

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