2007-01 Il PCOI e l’Iraq Freedom Congress

Pagine Marxiste N°15 (gennaio-marzo 2007)

A fine novembre si sono tenuti a Milano, Torino, Pavia e La Spezia degli incontri pubblici con Faris Mahmood esponente del Partito Comunista Operaio d’Iraq (PCOI) e dirigente dell’Iraq Freedom Congress. Egli ha illustrato una situazione di sfacelo sociale e civile, dominata dalla violenza delle truppe occupanti e delle fazioni in lotta, la cui vittima principale è la massa della popolazione. Nella sua analisi tre forze sono le principali responsabili dell’oppressione della popolazione: gli eserciti di occupazione americano e inglese insieme alle altre potenze; l’islam politico, il nazionalismo arabo e curdo. La “resistenza”, formata prevalentemente da nuclei del vecchio apparato di potere, già laico, ma che oggi utilizza gli integralisti religiosi (sunniti), non ha quale vero obiettivo la cacciata degli occupanti, ma la riammissione nella spartizione del potere. Le milizie della resistenza, come quelle sciite ad essa opposte, sarebbero bande di poche migliaia di persone, staccate dalla massa della popolazione. Una parte maggioritaria del proletariato e di altri strati della popolazione non si riconosce come “sciita” o “sunnita”, e rifiuta di divenire massa di manovra – e carne da macello – per l’una e l’altra frazione che attizzano l’odio per dominare.
Queste correnti non hanno più il ruolo progressista che potevano avere qualche generazione addietro, ma sono reazionarie, come risulta anche dal tentativo di ricacciare la donna in una condizione di sottomissione, e dal loro carattere ferocemente anticomunista (proprio la sezione del PCOI di Nassiriya subì nel 2003 l’attacco di una banda di al Sadr, spalleggiata di fatto dai carabinieri italiani che chiusero la sede comunista).
Il PCOI dopo aver verificato che il tentativo di mobilitare le masse con forme di protesta pacifiche (disoccupati, lavoratori nelle fabbriche) era destinato al fallimento in una situazione dove la lotta politica viene condotta con le armi in pugno, si è fatto interprete della volontà di ampi settori della popolazione di difendersi dalle incursioni notturne, dai posti di blocco settari (chi porta un nome tipico degli sciiti – o dei sunniti a seconda di chi fa il blocco – viene arrestato e spesso torturato e ucciso), dalle bombe (spesso contro lavoratori in attesa della chiamata al lavoro), dagli assassini, e ricostituire le condizioni minime per un’esistenza civile auto-organizzandosi. A questo fine il PCOI ha promosso la costituzione di un’organizzazione di massa, l’Iraq Freedom Congress, che lavora per la formazione di una milizia popolare, nella quale sono bandite le divisioni “settarie”. Questa milizia opera per “liberare” territori sia dalle forze occupanti che dalle milizie settarie e costituire forme di potere popolare sotto la direzione dell’IFC.
Il PCOI ha come obiettivo finale la lotta per il socialismo, ma ritiene che nella situazione attuale le forze per questa lotta possono essere formate e organizzate solo mobilitandole per rispondere alle esigenze urgenti e vitali della popolazione. Per questo l’IFC pone obiettivi democratici (oltre alla cacciata delle truppe di occupazione e lo scioglimento delle milizie a carattere settario, governo laico, diritti delle donne, libertà di espressione e di organizzazione), e non socialisti o classisti. Nella loro prospettiva sarà la radicalizzazione della lotta e il protagonismo delle masse a porre all’ordine del giorno la rivoluzione sociale. Nel novembre 2006 ha aderito all’IFC il congresso di fusione di due sindacati, la Federazione dei consigli e dei sindacati operai (FWCUI), e la Confederazione Generale dei Sindacati-Iraq (GFTU-Iraq) nei quali è determinante l’influenza del PCOI.
Noi non abbiamo una conoscenza della situazione sufficiente per valutare se la forma data a questa iniziativa e il modo in cui viene portata avanti (nei primi mesi le era stata dato un carattere chiaramente proletario, per poi farla diventare un fronte non classista, anche se egemonizzato dal PCOI) siano tali da permettere una direzione proletaria e comunista del movimento. Si tratta comunque di uno dei pochi “movimenti reali” alla cui direzione sono dei comunisti. Guardiamo quindi con grande interesse a questo tentativo, consapevoli delle enormi difficoltà e dei rischi tra i quali viene portato avanti: l’occupazione militare da parte del più potente esercito del mondo, una guerra civile tra frazioni borghesi reazionarie armate fino ai denti, sostenute da Stati della regione in una situazione di violenza generalizzata, con squadroni della morte. D’altra parte sono proprio le enormi tensioni sociali e politiche scatenate dall’intervento americano ad imporre ai comunisti di non limitarsi alla propaganda, ma di porsi alla testa del movimento reale, di contendere alle forze borghesi la direzione del proletariato.

 

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