2007-02 Barcelona 1937, la Rivoluzione Dimenticata

Pagine marxiste, articolo del 20.02.2007

a 70 anni dalla repressione staliniana

In Catalogna, oggi, compagni, vige la dittatura del proletariato”. Queste parole vennero pronunciate da Andrès Nin, il 6 settembre 1936. Da quasi due mesi, l’intera regione si trovava sotto il controllo dei lavoratori. A Barcellona, sette fabbriche su dieci erano collettivizzate: trasporti, imprese commerciali, industrie, persino la distribuzione alimentare. Le milizie operaie avevano interamente sostituito le regolari forze di polizia, l’esercito non esisteva più. All’esercizio del potere politico provvedeva il Comitato delle milizie antifasciste, totalmente in mano ai sindacati. Delle vecchie istituzioni borghesi non restava più nemmeno l’ombra. Ha scritto un testimone d’eccezione, George Orwell: “Praticamente tutti gli edifici erano stati occupati dai lavoratori ed erano pavesati di bandiere rosse, o di quelle rosso-nere degli anarchici”. E ancora: “Ogni negozio o caffé aveva un cartello che dichiarava che era stato collettivizzato, persino le scatole di lavoro dei lustrascarpe erano dipinte di rosso e nero. Tutto questo era strano e commovente”.

La rivoluzione era scoppiata a Barcellona il 19 luglio 1936 e venne strangolata 70 anni fa, tra il 3 e l’8 maggio del 1937, per espresso volere di Mosca. Per difenderla, caddero sulle barricate più di 400 lavoratori. In seguito, circa 10.000 rivoluzionari vennero incarcerati. Molti di loro furono torturati o uccisi. Tra le vittime della repressione staliniana – cui contribuirono in modo decisivo Palmiro Togliatti e Vittorio Vidali – vi furono anche due anarchici italiani: Camillo Berneri e Francesco Barbieri. Anche Andrès Nin cadde fucilato: a Tarragona, il 22 giugno 1937.
Fu una sconfitta silenziosa e strisciante, quella di Barcellona. A vent’anni dal 1917, il proletariato europeo aveva ormai perso gran parte delle proprie pulsioni rivoluzionarie. In Urss, Stalin stava procedendo alla rapida eliminazione dei vecchi quadri bolscevichi: in pochi anni, l’85% di loro era stato liquidato. Il Comintern stesso, l’Internazionale dei lavoratori, altro non era divenuto che un docile strumento nelle mani dell’imperialismo sovietico. Unico interesse di Mosca era tenere a bada la classe operaia: evitando, ovviamente, lo scoppio di nuove rivoluzioni. Evitando, cioè, che il proletariato mondiale potesse trovare, al di fuori del capitalismo di stato dei piani quinquennali e dell’opportunismo moscovita, nuovi ben più stimolanti punti di riferimento. Fu in tale clima che venne diffusa la famigerata parola d’ordine “fascismo o democrazia”: ogni opzione anticapitalista doveva ovviamente essere negata. Con le parole o col sangue, poco importava. In Spagna, e altrove, si optò per il sangue.
Quando l’esercito di Franco si ribellò alla repubblica, nel luglio 1936, il governo di Madrid non aveva la benché minima intenzione di armare il proletariato. Il Fronte popolare, coalizione interclassista per eccellenza, godeva dell’appoggio decisivo della piccola borghesia e temeva l’avanzata della classe operaia. Il Pce aveva elaborato ed imposto “ad hoc” la famigerata “tattica dei due tempi”, riassumibile nel seguente teorema: oggi, appoggiare la sinistra borghese con le sue istituzioni; sconfiggere il fascismo; e poi, solo domani, eventualmente, approdare alla rivoluzione. Dolores Ibàrruri, la celebre “Pasionaria”, pensò bene di fissare il concetto in uno dei suoi slogan: “Creare una repubblica democratica e parlamentare, ma di tipo nuovo”. Fedeli ai dettami del Comintern, gli stalinisti iberici fecero, come detto, di tutto pur di scongiurare la rivoluzione: ci riuscirono ovunque, ma non a Barcellona.
In Catalogna, infatti, chi comandava erano gli anarchici. Il loro sindacato, la Cnt, vantava nel solo capoluogo qualcosa come 350.000 militanti. Su un discreto seguito poteva contare anche il Poum, il Partito operaio di unificazione marxista guidato da Andrès Nin, mentre quasi nulla era la presenza staliniana. Fu grazie a questo complicato rapporto di forze che, nel luglio ’36, poté realizzarsi il trionfo proletario. La reazione, però, non si fece attendere. Il 16 dicembre, la Pravda annunciò: “L’eliminazione dei trotzkisti e degli anarco-sindacalisti verrà condotta in Spagna con la stessa energia con la quale è stata portata a termine in Urss”.
I primi a cedere furono proprio i capi anarchici. A dicembre, quattro di loro furono convinti ad entrare nel governo centrale repubblicano, controllato direttamente da Mosca. Ingenuamente, l’organo ufficiale della Cnt, Solidaridad Obrera, salutò l’evento come “il più glorioso episodio della storia del paese”. In breve, buona parte della base libertaria e il Poum si ritrovarono politicamente isolati. Già a settembre, era giunto a Madrid l’agente dell’Nkvd Alexander Orlov. Verso fine anno, prese il via la smilitarizzazione della milizia operaia: era l’inizio della fine.
Nel gennaio del 1937, Andrès Nin dichiarò: “L’intervento sovietico è avvenuto in attacco alla rivoluzione proletaria”. E ancora: “Vogliono eliminarci perché siamo fedeli alla rivoluzione”. Privo di qualunque influenza al di fuori della Catalogna, e completamente isolato sul piano internazionale, il Poum non superò mai la soglia dei 40.000 iscritti. Lo stesso Trotsky accusò ripetutamente Nin – col quale pure aveva a lungo collaborato – di “settarismo” e “ambiguità”. “Bisogna svelare agli operai iscritti al sindacato – scrisse il fondatore dell’Armata rossa – il tradimento dei signori che si attribuiscono l’appellativo di anarchici ma sono in realtà dei semplici liberali. Bisogna fustigare spietatamente lo stalinismo come peggior agente della borghesia”. Il Poum non fu all’altezza di questi compiti. E fu questo – in definitiva – che lo condannò alla disfatta.
Il 3 maggio del 1937, i governativi diedero l’assalto alla centrale telefonica di Barcellona, controllata dagli operai della Cnt. I lavoratori risposero al fuoco: furono innalzate le prime barricate. La battaglia infuriò nelle strade della città per cinque giorni. E fu solo grazie all’intervento di 10.000 soldati, che la resistenza proletaria venne spezzata. Così ebbe fine, all’alba dell’8 maggio, la rivoluzione catalana. Il 14, gli anarchici furono espulsi dal governo, il 16 giugno venne sciolto il Poum. Nel giro di pochi mesi ogni forma di potere operaio fu bandita.
Sconfitta la rivoluzione sociale ad opera di stalinismo e democrazia, tolta l’energia del proletariato dalla battaglia, la strada era aperta per la vittoria del fascismo.
Cosa rimane oggi di quell’esperienza? La storiografia borghese, accecata dall’”intramontabile” mito dell’antifascismo, ha abbondantemente rimosso ogni nefandezza commessa dal Comintern in terra di Spagna. Ancora nel 1995, Gabriele Ranzato definiva “molto ragionevole” la tattica impiegata dal Pce tra il 1936 e il 1939. Negli stessi anni, Luciano Canfora arrivò addirittura a resuscitare – dandole ovviamente per buone – le antiche accuse che gli stalinisti scagliarono contro il Poum nel 1937: ovvero di essere, in buona sostanza, un partito fascista.
A settant’anni dai fatti di Barcellona, è nostro preciso dovere di marxisti ricordare il sacrificio di tutti quei lavoratori che sulle barricate catalane immolarono le proprie vite in nome dell’ideale rivoluzionario. Toccherà alle future generazioni dimostrare che tutto ciò non avvenne invano.

Andrea Sceresini

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