Archive for the ‘italiano’ Category

Partito e potere politico (Hekmat, 1998)

27 avril 2017

Traduction inédite en italien du texte Party and political power (discours de Mansoor Hekmat au 2d Congrès du Parti communiste-ouvrier d’Iran en avril 1998):

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Non una seconda volta rimanendo in silenzio

20 novembre 2015

Tribune traduite en italien par Fabienne.

Molte persone sono rimaste scioccate dal comunicato di una tra le principali organizzazioni di estrema sinistra, che da sabato diceva che « Questa barbarie abietta nel centro di Parigi risponde alla violenza altrettanto cieca e più letale dei bombardamenti perpetrati dall’aviazione francese in Siria ‘. Numerosi militanti, senza essere sorpresi da questa retorica, provano disagio, non solo a causa un singolo comunicato – ce ne sono ben peggiori – ma soprattutto perché le discussioni sul terreno sono tornate ad essere difficili. Le reazioni agli attentati di una parte dell’estrema sinistra hanno riattivato, vedere amplificato rispetto a gennaio, incomprensioni e divisioni. Questa volta, i terroristi islamici non hanno attaccato « bestemmiatori ed ebrei », per riprendere una frase che puzza ma che è rivelatrice. Questa volta, si tratta di persone ammazzate per strada senza alcuna discriminazione da parte degli assassini , nel mucchio. Potevamo pensare che anche gli antimperialisti pro-Hamas o le spugne della penetrazione di idee esterne all’estrema sinistra in essa ( tolleranza alle convergenze rosso-brune, teorie della cospirazione, antisemitismo, razzialismo, rifiuto totale della laicità ecc), così anche loro si sarebbero « calmati » rispetto a gennaio. Che si rifiutino di essere Charlie sia . Ma qui? Eppure abbiamo visto rifiorire, anche qualora gli ospedali di Parigi erano pieni di feriti gravi, dei comunicati stampa e dei discorsi più problematici l’uno dall’altro: mancanza di compassione per le vittime, spiegazioni del tipo sinceramente  » ce lo siamo cercato », autocensura riguardo all’ islam politico per paura delle reazioni contro i musulmani o supposti tali .

Davanti a questo, dobbiamo essere capaci di resistere su alcuni assi importanti:

– dimostrare una reale empatia con le vittime, non recitare una lezione come in ogni circostanza , con tono altezzoso e sprezzante, non caratterizzare in fretta e furia i raggruppamenti in omaggio alle vittime di «reazionari».

– non esitate a caratterizzare l’islamismo jihadista di Daesh come fascista o come minimo e senza mezzi termini fascistoide: anti-operaio, anti-donna, anti-umano, con metodi terroristici odiosi che NULLA giustifica, nemmeno il nostro imperialismo.

– far valere il nostro diritto a criticare l’Islam politico come movimento reazionario, anche nelle sue forme non-terroriste, anche il nostro diritto a criticare tutte le religioni . Non possiamo appoggiare la resistenza curda nel Medio Oriente e vietarsi tutto qui per paura di recupero razzista.

Ci saranno altri attentati, altra rabbia contro la stupidità dei soliti discorsi. Ormai ci dobbiamo convivere. In questo contesto, dobbiamo esistere, con la nostra voce.

Stéphane J.

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La vigilia della Rivoluzione (Chliapnikov)

4 juin 2014

Traduction en italien d’un extrait du livre d’Alexandre Chliapnikov paru en 8 épisodes dans les suppléments hebdomadaires en italien de l’Humanité en 1924:

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Voir aussi :

et le livre complet en anglais:

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L’I.W.W. : la sua storia, struttura e metodi (1920)

24 mai 2014

Brochure de 40 pages en italien sur les I.W.W., publiée à New York:

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La Rivoluzione spagnola N°2 et 3 (1937)

3 mars 2014

Bimensuel en italien du P.O.U.M. en avril et mai 1937, au format pdf:

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N°2 (cliquer sur l’image pour ouvrir le pdf)

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N°3 (cliquer sur l’image pour ouvrir le pdf)

 

Contro le illusioni nazionaliste

31 mars 2013

Traduction en italien par Fabienne du tract de l’Assemblée libertaire de Caen.

Contro le illusioni nazionaliste, Per le lotte sociali e libertarie!

Con la crisi, i politici risfoderano tutti dei discorsi nazionalisti, con tonalità di destra, di estrema destra o di sinistra. A sentirli, basterebbe che la Francia ritrovasse la sua « sovranità » diluita nell’Europa, che il commercio internazionale fosse limitato dal protezionismo, o che si espellessero gli immigrati e che si rimettessero al passo i « cattivi francesi », perché tutto vada bene. Loro ci colpevolizzano quando non acquistiamo francese, come se si avesse la scelta quando si deve contare tutto. Loro tentano di adulare gli operai che ancora sono rimasti in questo paese. Ci prendono per delle pecore, raggruppate dietro ad una bandiera, pronte ad essere tosate e sognano di essere i nostri pastori.

Tutti i discorsi nazionalisti e protezionisti servono soprattutto gli interessi di una parte del padronato, che non è orientato verso l’esportazione. Noi, i proletari, il nostro solo interesse è di lottare per i nostri diritti, i nostri stipendi, le nostre condizioni di vita e di lavoro, il nostro ambiente, le nostre libertà di uomini e di donne. Occorrerà finirla un giorno col capitalismo, che sia nazionale o mondializzato, altrimenti saremo sempre sfruttati e dominati,

Il nazionalismo è ciò che vuole farvi credere che ci sono degli interessi comuni a tutti in questo paese, come se non ci fossero classi sociali e lotte tra esse, come se avessimo gli stessi interessi del padronato e dei governanti. I Mullier, Bétencourt ed Arnaud non sono dal nostro stesso lato della barriera, non abbiamo le stesse preoccupazioni. In tal modo il nazionalismo vuole che le persone si dispongano dietro lo stato ed il capitalismo ed il loro « Ordine » disuguale. Genera da sempre il razzismo, la repressione e la guerra. Quelle e quelli che ci aderiscono sono stupidi e quelle e quelli che « non condividono » il progetto ne diventano i bersagli (gli immigrati, i contestatari, le minoranze ecc..)

Non lasciamoci dividere, indebolire da quelle e quelli che vogliono regnare sulle nostre vite: lavoratori e lavoratrice, disoccupati e precari, con o senza documenti, siamo una sola classe proletaria, una sola classe sfruttata, ovunque nel mondo. Le loro frontiere non sono le nostre. I capitali della borghesia, la speculazione e l’inquinamento sono internazionali!

Il nostro interesse è la nostra liberazione, la nostra emancipazione collettiva ad opera nostra. Rifiutiamo le divisioni tra i popoli, tra le sedicenti « comunità » nazionali o religiose, riuniamoci contro tutti i progetti anti-sociali, autoritari, fascistoidi, integralisti, razzisti e tutte le oppressioni. La nostra arma per far questo è la nostra solidarietà, la nostra determinazione a lottare. La nostra unica patria è l’umanità.

L’insurrezione di Kronstadt e il destino della Rivoluzione russa (Ciliga, 1938)

11 février 2013

Traduzione a cura di Alessandro Cocuzza. [francese]

Lo scambio di lettere tra Trotsky e Wendelin Thomas (uno dei leader della rivolta dei marinai tedeschi del 1918, attualmente membro della Commissione americana di inchiesta sui processi di Mosca) a proposito del posto da assegnare nella storia agli avvenimenti di Kronstadt del 1921, ha provocato una vera discussione internazionale. Ciò è segno dell’importanza del problema. D’altra parte, se oggi avviene che ci si occupi di Kronstadt, non è per caso: un’analogia, e anche un legame diretto, tra ciò che è accaduto diciassette anni fa a Kronstadt e i recenti processi di Mosca, è fin troppo evidente.

Oggi si assiste all’assassinio dei capi della Rivoluzione d’Ottobre; nel 1921, ad essere decimate furono le masse di questa rivoluzione. Sarebbe possibile oggi screditare e sopprimere i capi dell’ Ottobre senza che nel paese si alzi una protesta dal basso, se questi capi non avessero loro stessi, a forza di cannoni, obbligato al silenzio i marinai di Kronstadt e gli operai della Russia intera?

La risposta di Trotsky a Wendelin Thomas mostra che, purtroppo, Trotsky – che è, con Stalin, il solo dei capi dell’Ottobre ancora in vita tra coloro che misero in atto la repressione di Kronstadt – attualmente si rifiuta ancora di guardare con obiettività al passato. Ancora di più: nel suo ultimo articolo: “Molto rumore intorno a Kronstadt”, allarga ancora il fossato che si era scavato allora tra le masse lavoratrici ed egli stesso e non esita, dopo avere ordinato il loro bombardamento nel 1921, a presentare oggi gli uomini di Kronstadt “come elementi completamente immorali, uomini che portavano eleganti pantaloni di stoffa buona e si pettinavano come dei protettori”.

Non è con tali accuse, che puzzano di sussiego burocratico a cento miglia, che si può portare un utile contributo agli insegnamenti che si possono trarre dalla grande rivoluzione russa.

Per determinare l’influenza che ha avuto Kronstadt sulla sorte della Rivoluzione, occorre, evitando ogni questione inutile, rivolgere la nostra attenzione a tre domande fondamentali:

  1. in quale situazione è scoppiata la rivolta di Kronstadt?
  2. quali erano gli obiettivi di questo movimento?
  3. attraverso quali mezzi gli insorti provarono a raggiungere questi obiettivi?

 Le masse e la burocrazia nel 1920-1921

Tutti concordano adesso nel riconoscere che nel corso dell’inverno 1920-1921, la Rivoluzione russa viveva un momento particolarmente critico: l’offensiva in Polonia si era conclusa con la disfatta di Varsavia, nessuna rivoluzione sociale era esplosa nell’Europa occidentale, la Rivoluzione russa rimaneva isolata, la carestia e la disorganizzazione dilagavano in tutto il paese; il pericolo della restaurazione borghese bussava alle porte della rivoluzione. In questo momento critico, le differenti classi e partiti che esistevano all’interno dell’ambiente rivoluzionario presentarono ciascuno le proprie soluzioni per risolvere la crisi.

Il governo sovietico e le alte sfere del partito comunista applicarono il loro programma per il rafforzamento del potere della burocrazia. L’attribuzione ai Comitati esecutivi dei poteri attribuiti fino ad allora ai soviet, la sostituzione della dittatura di classe con quella del partito, lo spostamento dell’autorità all’interno stesso del partito, dai suoi membri ai suoi quadri, la sostituzione al doppio potere della burocrazia e degli operai nelle fabbriche del solo potere dell’apparato, tutto ciò avrebbe “salvato la Rivoluzione!” È a questo punto che Bukharin pronunciò la sua arringa in favore del “bonapartismo proletario”. “Autolimitandosi”, il proletariato avrebbe a quanto sembra facilitato la lotta contro la controrivoluzione borghese.

Così si manifestava già l’enorme sufficienza, quasi messianica, della burocrazia comunista.

Il IX° e X° Congresso del Partito Comunista, così come l’intervallo di un anno che li divise, avvennero sotto il segno di questa nuova politica. Lenin ne fu il realizzatore rigido e Trotsky il cantore. La burocrazia preveniva la restaurazione borghese… eliminando i tratti proletari della rivoluzione.

La formazione dell’ “Opposizione Operaia” in seno al partito, appoggiata non solo dalla frazione proletaria del partito ma anche dalla grande massa degli operai senza partito, lo sciopero generale del proletariato di Petrograd poco prima della rivolta di Kronstadt, ed infine questa insurrezione stessa, tutto ciò esprimeva le aspirazioni delle masse che sentivano, più o meno chiaramente, che una “terza persona” stava recando offesa alle loro conquiste. Il movimento dei contadini poveri di Makhno in Ucraina fu, nell’insieme, la conseguenza di tali resistenze. Quando si esaminano, con la prospettiva storica di cui disponiamo adesso, le lotte del 1920-1921, si è colpiti nel vedere che queste masse disperse, affamate e indebolite dalla disorganizzazione economica, hanno trovato tuttavia la forza di formulare con altrettanta precisione la loro posizione sociale e politica e di difenderla, al tempo stesso, contro la burocrazia e contro la borghesia.

Il Programma di Kronstadt

 Per non accontentarci, come Trotsky, di semplici affermazioni, presentiamo ai lettori la risoluzione che servì da programma al movimento di Kronstadt. La riproduciamo per intero, in ragione della sua enorme importanza storica. Fu adottata il 28 febbraio dai marinai della corazzata “Petropavlovsk” ed accettata poi da tutti i marinai, soldati ed operai di Kronstadt.

“Dopo avere sentito i rappresentanti degli equipaggi che sono stati delegati dall’assemblea generale dei bastimenti per rendersi conto della situazione a Petrograd, questa assemblea prende le seguenti decisioni

 I. Organizzare immediatamente delle rielezioni ai soviet con voto segreto ed avendo cura di organizzare una libera propaganda elettorale tra tutti gli operai e i contadini, visto che i soviet attuali non esprimono la volontà degli operai e dei contadini;

II. Accordare la libertà di parola e di stampa agli operai e ai contadini, agli anarchici ed ai partiti socialisti di sinistra;

III. Accordare la libertà di riunione e la libertà di associazione alle organizzazioni sindacali e contadine;

IV. Organizzare, al più tardi per il 10 marzo 1921, un conferenza senza partito degli operai, dei soldati rossi e dei marinai di Petrograd, di Kronstadt e del distretto di Petrograd;

V. Liberare tutti i prigionieri politici che appartengono ai partiti socialisti, così come tutti gli operai e contadini, soldati rossi e marinai incarcerati per ciò che hanno fatto nei movimenti operai e contadini;

VI. Eleggere una commissione per la revisione dei casi di quanti sono detenuti nelle prigioni o nei campi di concentramento;

VII. Sopprimere tutti i “politotdiel”1, perché nessun partito può avere privilegi per la propaganda delle proprie idee né può ricevere dallo stato delle risorse per questo scopo. Al loro posto, devono essere create delle commissioni culturali elette, alle quali le risorse devono essere fornite dallo stato;

VIII. Sopprimere immediatamente tutti gli “zagraditelnyé otriady”2;

IX. Fornire a tutti i lavoratori una razione uguale, eccetto quelli dei mestieri insalubri, che potranno avere una razione superiore;

X. Sopprimere i distaccamenti di combattimento comunisti in tutte le unità militari, e fare sparire dalle officine e dalle fabbriche il servizio di guardia effettuato dai comunisti. Se si ha bisogno di distaccamenti di combattimento, designarli per compagnia in ogni unità militare; nelle officine e nelle fabbriche i servizi di guardia devono essere stabiliti conformemente al parere degli operai;

XI. Dare ai contadini il diritto di lavorare le loro terre come lo desiderano, così come quello di avere del bestiame, ma tutto ciò attraverso il loro proprio lavoro, senza nessuno impiego di lavoro salariato;

XII. Chiedere a tutte le unità militari così come ai compagni “koursanty”3 di associarsi a questa risoluzione;

XIII. Esigere che si dia nella stampa una larga pubblicità a tutte le risoluzioni;

XIV. Designare un ufficio mobile di controllo;

XV. Autorizzare la produzione artigianale libera, senza impiego di lavoro salariato.

Sono queste delle formule rozze, alcune anche insufficienti, ma che sono impregnate tutte dello spirito di Ottobre, e non c’è calunnia al mondo che possa fare dubitare del collegamento intimo che esiste tra questa risoluzione e i sentimenti che guidavano gli espropriatori del 1917.

La profondità dei principi che animano questa risoluzione è mostrata dal fatto che è ancora ampiamente attuale. Si può, difatti, contrapporla altrettanto bene sia al regime di Stalin del 1938 che a quello di Lenin del 1921. C’è anche di più: le pretese di Trotsky contro il regime di Stalin sono limitate alla riproduzione, timida è vero, delle rivendicazioni di Kronstadt. Del resto, quale altro programma, alquanto socialista, potrebbe essere opposto all’oligarchia burocratica oltre quelli di Kronstadt e dell’Opposizione Operaia?

L’inizio della risoluzione mostra il collegamento stretto che esisteva tra i movimenti di Petrograd e di Kronstadt. Il tentativo di Trotsky di opporre gli operai di Petrograd a quelli di Kronstadt per consolidare la leggenda del carattere controrivoluzionario del movimento di Kronstadt cozza con Trotsky stesso: nel 1921, egli, difatti, perorando la necessità nella quale si era trovato Lenin di sopprimere la democrazia in seno ai soviet e al partito, accusava le grandi masse, nel partito ed all’infuori di esso, di simpatizzare con Kronstadt. Ammetteva in quel momento dunque che, sebbene gli operai di Petrograd e dell’Opposizione Operaia non fossero affatto arrivati fino alla resistenza a mano armata, la loro simpatia andava almeno a Kronstadt.

L’asserzione di Trotsky secondo la quale “l’insurrezione sarebbe stata ispirata dal desiderio di ottenere una razione privilegiata” è ancora più vergognosa. Così, è uno di questi privilegiati del Cremino, per i quali le razioni erano molto superiori a quelle degli altri, che osa lanciare un simile rimprovero, e proprio questo agli uomini che, nel paragrafo IX della loro risoluzione, richiedevano esplicitamente l’uguaglianza della razione! Questo dettaglio mostra fino a che punto l’accecamento burocratico di Trotsky non ha limiti ed è esasperato.

Gli articoli di Trotsky non si discostano di un solo passo dalla leggenda forgiata già da tempo dal Comitato Centrale del partito. Certo, Trotsky merita la stima del movimento operaio internazionale per avere rifiutato, a partire dal 1928, di continuare a partecipare alla degenerazione burocratica ed alle nuove “epurazioni” destinate a privare la Rivoluzione di tutti i suoi elementi di sinistra; preferì, essere eliminato egli stesso. Merita ancor più di essere difeso contro la calunnia e gli attentati di Stalin. Ma tutto ciò non dà a Trotsky il diritto di insultare le masse lavoratrici del 1921. Al contrario! Più di chiunque altro, Trotsky avrebbe dovuto fornire un nuovo apprezzamento dell’iniziativa presa da Kronstadt, iniziativa di un valore storico considerevole, iniziativa presa da militanti di base per lottare contro la prima cruenta “epurazione” intrapresa dalla burocrazia.

L’atteggiamento dei lavoratori russi durante il tragico inverno del 1920-1921 manifesta che le classi lavoratrici della Russia erano animate da un profondo istinto sociale e da un nobile eroismo, non solo durante l’ascesa della Rivoluzione, ma anche all’epoca della crisi che la mise in pericolo mortale.

Né i combattenti di Kronstadt, né gli operai di Petrograd, né i comunisti di alto livello, disponevano ormai più, è vero, durante quell’ inverno, della stessa energia rivoluzionaria del 1917-1919, ma tutto ciò che c’era ancora di socialista e di rivoluzionario in questa Russia del 1921, era la base a possederlo. Opponendosi a questa, Lenin e Trotsky, d’accordo con Stalin, con Zinoviev, Kaganovitch ed altri, rispondevano ai desideri e servivano gli interessi dei quadri burocratici. Gli operai lottavano allora per il socialismo di cui la burocrazia perseguiva già la liquidazione. E’ proprio in questo che consiste il problema.

Kronstadt e la N.E.P.

 Si crede abbastanza comunemente che Kronstadt esigesse l’introduzione della N.E.P4; ma questo è un profondo errore. La risoluzione di Kronstadt si pronunciava per la difesa dei lavoratori, non solo contro il capitalismo burocratico di stato, ma anche contro la restaurazione del capitalismo privato. Questa restaurazione era voluta – contrariamente a Kronstadt – dai socialdemocratici che la combinavano con un regime di democrazia politica e furono in gran parte Lenin e Trotsky a realizzarla (ma senza democrazia politica) sotto forma della N.E.P. La risoluzione di Kronstadt diceva tutto il contrario poiché essa si dichiarava contro il salariato nell’agricoltura e l’artigianato. Questa risoluzione, e il movimento che servì da base, tendevano all’alleanza rivoluzionaria dei proletari e dei contadini lavoratori con gli ambienti più poveri delle campagne affinché la rivoluzione si sviluppasse in direzione del socialismo; la N.E.P., al contrario, costituiva l’unità tra i burocrati e gli strati più elevati del villaggio contro il proletariato, era l’alleanza tra il capitalismo di stato ed il capitalismo privato contro il socialismo. La N.E.P. è tanto antagonista delle rivendicazioni di Kronstadt quanto, ad esempio, il programma socialista rivoluzionario per l’ abolizione del sistema di Versailles sorto dall’ avanguardia del proletariato europeo è opposto all’abrogazione del trattato di Versailles realizzata secondo i criteri di Hitler.

Ecco, infine, un’ultima accusa diffusa attualmente: le iniziative come quella di Kronstadt potevano indirettamente scatenare le forze della controrivoluzione. È possibile difatti che pur caratterizzata dalla democrazia operaia, la rivoluzione sia alla fine fallita, ma ciò che è certo, è che è perita, e che è perita a causa della politica dei dirigenti: la repressione di Kronstadt, la soppressione della democrazia operaia e sovietica col X Congresso del Partito Comunista Russo, l’eliminazione del proletariato dalla gestione dell’industria, l’introduzione della N.E.P significavano già la morte della Rivoluzione.

È precisamente alla fine della guerra civile che si produsse la divisione della società postrivoluzionaria in due gruppi fondamentali: le masse lavoratrici e la burocrazia. La rivoluzione russa fu soffocata nelle sue aspirazioni socialiste ed internazionaliste ma si sviluppò e si consolidò nelle sue tendenze nazionaliste, burocratiche e di capitalismo di stato.

È a partire da lì e su questa base che di anno in anno, sempre più chiaramente, l’amoralismo bolscevico, così spesso rievocato, subì quell’evoluzione che avrebbe condotto ai processi di Mosca. Si era ormai manifestata la logica implacabile delle cose: quando dei rivoluzionari, rimanendo tali a parole, si assumono, in effetti, i compiti della reazione e della controrivoluzione, devono fare ineluttabilmente ricorso alla menzogna, alla calunnia ed alla falsificazione. Questo sistema della menzogna generalizzata è la conseguenza, non la causa, della separazione del partito bolscevico dal socialismo e dal proletariato.

Mi permetto, per rafforzare ciò che ho appena affermato citando alcune testimonianze su Kronstadt fatte da uomini che ho incontrato nella Russia dei Soviet.

 “Quelli di Kronstadt? Ebbero perfettamente ragione; sono intervenuti per difendere gli operai di Petrograd; fu un malinteso tragico che Lenin e Trotsky, invece di accordarsi, fecero loro battaglia” mi diceva, nel 1932, Dch., che, nel 1921, era operaio senza partito a Petrograd e che conobbi al confino politico di Verkhnié Ouralsk come trotskysta.

 “È una favola che dal punto di vista sociale, nella Kronstadt del 1921 vivesse una popolazione del tutto differente da quella del 1917”, mi diceva in prigione un altro pietrogradese, Dv., che, nel 1921, era membro della Gioventù Comunista, e fu incarcerato nel 1932 come “decista” (membro del gruppo Sapronov del “Centralismo democratico”).

 Ebbi anche l’opportunità di conoscere uno di quelli che avevano partecipato effettivamente alla rivolta di Kronstadt. Era un vecchio meccanico della marina, comunista fin dal 1917, che aveva attivamente preso parte alla guerra civile, aveva diretto per un certo tempo una Tchêka5 di provincia da qualche parte sul Volga e si trovava nel 1921 a Kronstadt in qualità di commissario politico, sulla nave da guerra “Marat” (ex “Petropavlovsk”). Quando lo vidi, nel 1930, nella prigione di Leningrado, aveva appena passato otto anni alle isole Solovetski.

 I mezzi di lotta

 I lavoratori di Kronstadt inseguivano degli scopi rivoluzionari lottando contro i tentativi reazionari della burocrazia e servendosi di mezzi propri ed onesti. La burocrazia diffamava, invece, in maniera odiosa il loro movimento con la pretesa che fosse diretto dal generale Kozlovski6. Quelli di Kronstadt, in effetti, volevano discutere onestamente i motivi della controversia con i rappresentanti del governo. La loro iniziativa ebbe dapprima un carattere difensivo – è per questa ragione che non occuparono in tempo utile Oranienbaum, sulla costa di fronte a Kronstadt.

Fin dall’inizio, i burocrati di Petrograd fecero uso degli ostaggi fermando le famiglie dei marinai, dei soldati dell’esercito rosso ed operaio di Kronstadt che abitavano a Petrograd, poiché erano stati a loro volta arrestati molti dei commissari presenti a Kronstadt – ma nemmeno uno di essi venne fucilato. La detenzione degli ostaggi fu portata a conoscenza di Kronstadt tramite dei volantini lanciati da un aereo.

Nella sua risposta per radio, Kronstadt il 7 marzo dichiarò “che non voleva imitare Petrograd perché stima che un atto del genere, anche compiuto per un eccesso di odio e di disperazione, è il più vergognoso e più vile da tutti i punti di vista. La storia non ha ancora conosciuto procedimenti di questo genere” (Izvestia del Comitato Rivoluzionario di Kronstadt, 7 marzo 1921). I nuovi dirigenti del governo comprendevano molto più dei “ribelli” di Kronstadt il significato della lotta che stava per cominciare, la profondità dell’antagonismo tra le classi che li separava dai lavoratori. È in tutto questo che risiede la tragedia di tutte le rivoluzioni nel periodo del loro declino.

Ma quando venne imposto a Kronstadt il conflitto militare, essa trovò ancora in sé la forza di formulare le parole d’ordine della “terza rivoluzione” che da allora sarà per sempre il programma del futuro socialismo in Russia7.

 Bilancio

 Ci sono ragioni per pensare che, considerando il rapporto di forza tra il proletariato e la borghesia, tra il socialismo ed il capitalismo, che esisteva in Russia ed in Europa all’inizio di 1921, la lotta per lo sviluppo socialista della rivoluzione russa era destinata all’ insuccesso. In queste condizioni, il programma socialista delle masse non poteva vincere; bisognava aspettarsi il trionfo della controrivoluzione dichiarata o camuffata sotto l’aspetto di una degenerazione (come in effetti è avvenuto).

Ma tale concezione dei processi della rivoluzione russa non diminuisce affatto, per principio, l’importanza storica del programma e degli sforzi fatti dalle masse lavoratrici. Al contrario, questo programma costituisce il punto di partenza da cui comincerà il nuovo ciclo dello sviluppo rivoluzionario e socialista. Difatti, ogni nuova rivoluzione non comincia dalle basi su cui è esordta la precedente, ma parte dal punto in cui la rivoluzione precedente ha subito una disfatta morale..

L’esperienza della degenerazione subita dalla rivoluzione russa pone di nuovo davanti alla coscienza del socialismo internazionale un problema sociologico estremamente importante: perché nella rivoluzione russa, come nelle altre due grandi rivoluzioni precedenti: quella inglese e francese, è dall’interno che la controrivoluzione ha trionfato dal momento in cui si esaurivano le forze rivoluzionarie e per mezzo dello stesso partito rivoluzionario (“epurato”, è vero, dei suoi elementi di sinistra)?

Il marxismo riteneva che la rivoluzione socialista, una volta cominciata o si sarebbe assicurata uno sviluppo graduale e continuo che l’avrebbe condotta al socialismo integrale o sarebbe andata incontro a una disfatta che si sarebbe manifestata sotto forma di una restaurazione borghese.

La rivoluzione russa, nel suo insieme, pone in modo tutto nuovo il problema del meccanismo della rivoluzione socialista. Questa questione deve diventare fondamentale nel dibattito internazionale. In questa discussione, il problema di Kronstadt può e deve avere un posizione degna di nota.

Ante Ciliga.

Note:

1 Sezioni politiche del partito comunista che esistono nella maggior parte delle istituzioni di stato.

2 Zagraditelnyé otriady: distaccamenti di polizia creati ufficialmente per lottare contro l’aggiotaggio, ma che alla fine confiscavano tutto ciò che la popolazione affamata, compresi gli operai, portavano dalle campagne per il consumo personale.

3 Allievi-ufficiali

4 La NEP, Nuova Politica Economica (НЭП, Новая Экономическая Политика), fu un sistema di riforme economiche, in parte orientate al libero mercato, che Vladimir Lenin istituì in Unione Sovietica nel 1921 e che durò fino al 1929. Essa rappresentò una soluzione temporanea e di riparazione dopo i disastri economici del comunismo di guerra e della guerra civile russa. Venne ripristinata la proprietà privata in alcuni settori dell’economia, in particolare in agricoltura Sebbene l’industria fosse totalmente nazionalizzata si introduceva il concetto di autosufficienza e autonomia aziendale e si permetteva per la prima volta ai contadini di vendere i propri prodotti sul libero mercato nazionale, fatta salva la parte che spettava allo stato. [Nota del Traduttore]

5 La Tchéka (VCK ossia Vétchéka – Commissione Straordinaira Panrussa per la repressione della controrivoluzione e del sabotaggio) venne creata da Dzerjinski da nel Dicembre 1917 per lottare contro tutti coloro che si opponevano al nuovo regime. Gli indagati venivano tacciati di essere  » nemici di classe » (borghesi, ufficiali bianchi) e di essere dei nemici politici (zaristi, cadetti, Socialisti Rivoluzionari, menscevichi, anarchici). Grazie ad una legge del Settembre 1918 veniva permessa l’applicazione della pena di morte a « tutti coloro che sono affiliati alle organizzazioni delle Guradie Bianche ». La Tchéka si è sciolta nel 1922 e sostituita dalla GPU la tristemente nota polizia politica dell’ epoca staliniana responsabile delle purghe e delle deportazioni di ogni tipo di dissidenti.[NdT]

6 Leon Kozłowski generale polacco organizzatore dei quadri dell’Esercito Polacco una volta ottenuta l’indipendeza della Polonia nel 1918 e si distinse nella guerraa contro i bolscevichi. Entrò nel parlamento polacco e divenne Primo Ministro nel 1934 [NdT]

7 Un lavoro d’insieme su Kronstadt, che contiene dei documenti essenziali su queste giornate storiche, è stato appena realizzato da Ida Mett. La sua pubblicazione porterebbe, a mio avviso, un contributo opportuno alla discussione internazionale che si sta sviluppando attualmente

Alle origini del partito comunista o il trattamento all’acido alla prova del tempo

27 janvier 2013

Note de lecture de Charles Reeve traduite en italien par Fabienne.

Gli anni 1924-25 furono particolarmente fecondi per il dibattito politico all’interno del giovane partito comunista in Francia. L’accettazione delle 21 condizioni di adesione all’Internazionale ha, in particolare, suscitato delle discussioni animate e sollevato importanti questioni teoriche.

Inizio 1925, prima che il riferimento a Trotski s’impose, una tendenza opposta alla bolscevizzazione s’organizzò nel partito. Quando, il 18 agosto 1925, una delegazione di oppositori fu ricevuta davanti al Comitato centrale per esporre i loro punti di vista ed affermare il loro sostegno a Souvarine, Monatte, Rosmer ed altri – precedentemente esclusi « come nemici del partito » – la sorte della corrente era già decisa. Appena avevano lasciato i luoghi uno dei membri influenti del Comitato centrale si rivolse ai suoi pari: « con quale acido tratteremo queste persone? « . Si trattava di Jacques Doriot, uno dei dirigenti che passerà, alcuni anni più tardi, dal socialismo nazionale al nazional socialismo.Per gli oppositori dell’epoca, l’accettazione delle 21 condizioni apriva le porte ad una trasformazione profonda della natura del partito. « In nome della bolscevizzazione, si pretende di imporre al Partito francese l’imitazione meccanica e servile del Partito russo.Ogni libertà di pensiero e di espressione, ogni critica, ogni iniziativa sono state bandite » (1). Questo era la fine di « un partito rivoluzionario [che] deve innanzi tutto essere un partito che pensa, un partito formato di uomini coscienti intellettualmente e moralmente.  » (2).

Fernand Loriot (1870-1932) fu quello che, il 18 agosto 1925, difese le tesi degli oppositori davanti al Comitato centrale. Oggi quasi sconosciuto, Loriot fu un membro di primo piano nella sinistra della SFIO ed un amico dei sindacalisti rivoluzionari. Internazionalista partigiano di Zimmerwald, fu, durante la prima guerra mondiale, pacifista rivoluzionario – « quello che salvò l’onore del socialismo francese durante la guerra (1914-18) » dirà più tardi Souvarine.

 Ma, soprattutto, Loriot fu il redattore della mozione di rottura con la SFIO, durante il Congresso di Tours del dicembre 1920. Simpatizzante attivo della rivoluzione russa fin dalla prima ora, fu, di fatto, uno dei fondatori del Partito comunista, personaggio rispettato ed apprezzato da Lenin ed altri dirigenti bolscevici. Avendo raggiunto molto presto la corrente che si opponeva alla bolscevizzazione del partito, ecco come Loriot si esprimeva sulla questione dell’organizzazione: « L’ideologia rivoluzionaria non è fondata sul dogma; e la disciplina dei partiti non saprebbe essere un modo di asservamento della coscienza » (3). Durante il quarto congresso del 1925, insisteva: « La bolscevizzazione dei partiti si manifesta in pratica nella creazione di un formidabile mezzo di dittatura sul partito […] si arriva così, che lo si voglia o no, a creare un tipo di burocrazia terribile e estesa, la stessa burocrazia che c’è nel partito russo. « (4).

Si vede bene che c’era, in questo dibattito, più di uno scontro tra due concezioni dell’organizzazione. Le questioni di organizzazione coprono sempre delle questioni politiche fondamentali. Per Loriot ed i suoi amici, ciò che era in gioco era una concezione del movimento comunista. Si passava, secondo loro, da un partito di Comunisti ad un partito comunista inquadrando dei militanti asserviti ad una linea politica, decisa ai vertici secondo gli interessi dell’Internazionale tenuta da Mosca. Un’organizzazione burocratica sostituiva un’organizzazione vivente. Ne seguirebbe l’impossibilità di condurre una lotta per il rovesciamento dell’ordine sociale, di partecipare alla rifondazione della società su delle basi anti-capitalistie.Il partito comunista diventerebbe un partito che agisce nel quadro politico nazionale, articolando le lotte e rivendicazioni dei lavoratori francesi con gli interessi dello stato russo. La bolscevizzazione si accompagnerà così della « nazionalizzazione » del partito comunista, diventato partito comunista francese.

Dopo essere stato isolato dalla direzione, Loriot ed i suoi amici condurranno la lotta politica in quanto militanti in seno alle organizzazioni di base del partito. Poi, nel 1926, violentemente diffamati dalla stampa comunista ufficiale, Loriot finisce per licenziarsi. Proseguirà modestamente la sua attività politica in seno alla ristretta cerchia che pubblicava la rivista La Révolution prolétarienne ( La Rivoluzione proletaria). In un testo datato di 1928, ritornerà sull’esperienza russa. Per sottolineare una volta in più il legame tra forma di organizzazione e contenuto del socialismo, per ricordare che nella lotta per l’emancipazione sociale, gli scopi ed i mezzi sono indissociabili. « […] L’avvenire dimostrerà ancora, con più evidenza, la divergenza degli interessi dello stato russo e della rivoluzione proletaria universale. È fuori dubbio, difatti, che la Russia non va verso il socialismo. […] L’economia russa si stabilizzerà forse sotto la forma di un tipo di capitalismo di stato, mantenendo delle sue origini rivoluzionarie certi aspetti originali, ma le sue caratteristiche essenziali resteranno quelle di un’economia capitalista e non di un’economia socialista. (5) » Bolscevizzazione, stalinismo e capitalismo di stato sono percepiti così come degli stadi successivi di un stesso processo di riproduzione dei rapporti di oppressione capitalista.

Conosciamo l’apporto delle correnti sindacaliste rivoluzionarie ed anarcho-comuniste nella formazione di certi partiti comunisti, (il partito comunista nordamericano o il partito comunista portoghese, per esempio). Nel caso della Francia, si tende piuttosto ad insistere sulla filiazione/rottura tra il partito comunista e la SFIO. La riscoperta di figure come quella di Fernand Loriot, porta un’illuminazione nuova sulla storia dei primi anni del partito comunista, ricordando l’influenza che ebbero dei militanti provenienti da ambienti pacifisti rivoluzionari e sindacalisti rivoluzionari. Furono tra i primi a percepire la natura autoritaria della bolscevizzazione e le sue conseguenze. Dopo la loro partecipazione alla conferenza di Zimmerwald, che avrebbe segnato la rottura col socialismo patriottico e guerriero, avevano mantenuto il contatto con i rivoluzionari russi ed italiani. Ma, probabilmente, per le ragioni storiche specifiche alla situazione francese, Loriot ed i suoi amici restarono lontani dal movimento rivoluzionario in Germania. Sembrano così avere ignorato i dubbi di Rosa Lussemburg riguardo all’autoritarismo bolscevico, essere passati accanto ai momenti forti della rivoluzione tedesca e dell’emergere della corrente comunista radicale, che prenderà più tardi il comunismo dei consigli come punto di riferimento in opposizione al comunismo di partito. Questo allontanamento peserà probabilmente nella loro debolezza davanti alla bolscevizzazione del partito.

Migliaia di pagine sono state scritte sulla storia del partito comunista francese, sui suoi dibattimenti e conflitti interni. Dalle varianti ufficiali, più o meno ortodosse, a quelle dell’anti-comunismo il più primario , passando per una vasta storiografia universitaria. Più rari sono i lavori dedicati allo studio delle dissidenze interne, soprattutto se lasciamo da parte gli studi dedicati più particolarmente alla corrente trotskista. Una lacuna è stata appena colmata con la pubblicazione di Fernand Loriot, Il Fondatore dimenticato del Partito comunista. In questo serio studio storico , condotto fuori dal quadro universitario, Julien Chuzeville ricostruisce il percorso politico di questo rivoluzionario atipico. Nonostante una forma di racconto in cui le ricche contraddizioni della vita politica di Loriot e dei suoi compagni si cancellano talvolta dietro il fattuale , Julien Chuzeville realizza il suo scopo di spezzare l’oblio per questi uomini che vissero in un secolo in cui trionfarono tutte le controrivoluzioni.Alla lettura delle sue pagine, (da cui abbiamo attinto le citazioni che riproduciamo qui), possiamo solo essere colpiti dalla chiaroveggenza di questi oppositori della prima ora. Quali presentivano senza ambiguità la conclusione a venire di questa operazione autoritaria di messa al passo dei partiti comunisti secondo gli interessi del nuovo Stato russo. Una volta in più, si ha la forza di constatare -e contro un certo materialismo storico deterministico per il quale le tappe giustificano spesso il compromesso col « realismo » dominante – che ogni epoca è carica di possibili, quelli che aprono verso il futuro e quelli che richiudono su un presente che si pensa insorpassabile. I dubbi e le questioni politiche di Loriot e dei suoi amici non hanno resistito all’efficacia bolscevica che partorì lo stalinismo. Ma, rileggendo le loro analisi, ci rendiamo conto che i principi che rivendicavano all’epoca, furono confermati dal movimento della storia e si rivelano un secolo dopo, di una stupefacente attualità, integrando sempre il progetto di emancipazione socialeLo sappiamo troppo bene, la storia è sempre la storia dei vincitori. Ed è per questo che è una storia morta. Secondo la formula incisiva di George Orwell, « Quelli che sono maestri del presente, perché non sarebbero maestri del passato? « . La storia dei vinti è, al contrario, l’unica che conta per il futuro umano, l’unica che porta i segreti di una possibile liberazione dalla barbarie, a condizione che le società si sveglino e si mettano in movimento. Riappropriarsi del’esperienza di Fernand Loriot e dei suoi compagni arricchisce la nostra capacità di opporci al presente.

Charles Reeve,Gennaio 2013

 (1) tribuna di discussione », Cahiers du bolchevisme (Quaderni del bolscevismo), 1 maggio 1925. Citato da Julien Chuzeville, Fernand Loriot, le fondateur oublié du Parti communiste, (Fernand Loriot, il fondatore dimenticato del Partito comunista), l’Harmattan, collection Historiques, Paris, 2012.

(2) corrispondenza di due comunisti dell’opposizione, Ibid.

(3) lettera degli oppositori, detta « lettera degli 80 », inviata per Loriot a Zinoviev, 14 febbraio 1925. Ibid

(4) intervento di Loriot, 17 gennaio 1925, Ibid.(5) « che vale l’esperienza russa? « , La Révolution prolétarienne (La Rivoluzione proletaria), 15 marzo 1928.


 

I Comitati di Difesa della Cnt a Barcellona (1933-1938)

25 janvier 2013

Agustín Guillamón / I Comitati di Difesa della Cnt a Barcellona (1933-1938)

Dai Quadri di difesa ai Comitati rivoluzionari di quartiere

le Pattuglie di Controllo e le Milizie Popolari,

Introduzione: Dino Erba, Spagna 36. Una rivoluzione impossibile? O l’impossibilità della rivoluzione?

Appendice: Gilles Dauvé, Quando muoiono le insurrezioni.

All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2013. Pp. 226.

Contributo € 15 (comprese le spese di spedizione).

Richiedere a: dinoerba@libero.it/

La sinistra comunista radicale ha giudicato che la rivoluzione spagnola del 1936 fosse impossibile. I toni possono essere diversi, ma la sostanza è la medesima. Nel complesso, tutte le tendenze che si richiamano alla sinistra comunista hanno sentenziato che la rivoluzione spagnola fosse fuori dal tempo massimo concesso dall’ondata rivoluzionaria sorta con l’Ottobre russo del 1917. Di cui, nel 1936, i processi di Mosca sancivano la fine, anche sotto il profilo formale.

Questa valutazione nasce – oltre che dal senno di poi, di cui son piene le fosse – da una concezione politicante della storia, che prescinde dalla reale dinamica dei conflitti sociali, riducendo il tutto a giochi di camarille. D’altro canto, l’accanimento che si scatenò contro i proletari e contro la rivoluzione spagnola dovrebbe far capire che qualche cosa bolliva in pentola, e quello che bolliva non piaceva certo alla borghesia, di destra e di sinistra.

Nei fatti, i proletari spagnoli affrontarono uno scontro di classe che, solo per evidenti fattori contingenti, presentava aspetti diversi da quelli che, storicamente, i proletari avevano già affrontato. E se furono sconfitti, non fu solo per colpa dello stalinismo e del «non» intervento delle Grandi Democrazie. La rivoluzione fallì per cause intrinseche, che non sono neppure da vedere in un eccesso di quell’«anarchica spontaneità», che da alcuni fu condannata e da altri fu osannata. Di fronte a questo capzioso dilemma – e alla luce dei fatti di Spagna –, c’è invece da domandarsi dove finisce la spontaneità e dove inizia l’organizzazione; e poi, dobbiamo anche chiederci: dove finisce l’organizzazione e inizia la burocrazia?

La rivoluzione non è certo una questione di organizzazione. Anche se richiede organizzazione. E gli anarchici spagnoli entrarono nel merito della questione, facendo mille errori ma tracciando un solco netto sulla via dell’organizzazione di classe, da cui una seria ricostruzione storica non può prescindere. Sono questi gli aspetti che il libro di Agustín Guillamón mette in luce, esaminando l’attività dei Comitati di Difesa della Cnt dal luglio 1936 al maggio 1937.

La sconfitta che il popolo di Barcellona inflisse all’esercito fascista il 19 luglio 1936 è uno dei miti più radicati della storia della Rivoluzione sociale spagnola. In realtà, la «spontaneità» della risposta operaia e popolare al golpe militare fu catalizzata e coordinata dai Comitati di Difesa della Cnt, che già da due anni li stava organizzando. I Comitati di Difesa furono i nuclei dell’esercito di miliziani che sostenne il Fronte d’Aragona; essi costituirono inoltre la base dei numerosi comitati rivoluzionari di quartiere, che avrebbero provveduto alla vita quotidiana di Barcellona (cibo, casa, sanità, istruzione…), fino alla restaurazione del potere borghese della Generalitad, imposto grazie alla connivenza dei comitati superiori della Cnt e della Fai. Neppure l’insurrezione «spontanea» del maggio 1937 per fermare la controrivoluzione, fomentata dallo stalinismo, può avere una spiegazione senza la presenza dei Comitati di Difesa nei quartieri di Barcellona.

Il libro di Guillamón analizza ed evidenzia l’esistenza di differenti modi di intendere (e di vivere) la Cnt e l’essenza stessa della Rivoluzione libertaria in seno al movimento anarcosindacalista di quell’epoca. Queste differenze, già presenti nel periodo repubblicano, durante la Guerra Civile produssero numerosi scontri fra i coerenti difensori della rivoluzione nell’ambito dei comitati di base e coloro che, invece, concepivano la Cnt-Fai come un partito in più nel campo dell’antifascismo, ripetendo la solita litania che «il momento era grave ed eccezionale». Una giustificazione che, recitata come un mantra, è divenuta un articolo di fede, facendo dimenticare che MAI l’antifascismo ha vinto il fascismo. Anzi, è SEMPRE avvenuto il contrario.

Pur nei drammatici frangenti della guerra e dei contrasti politici che l’inasprirono, Guillamón riesce a mostrare la forma e la sostanza che la società libertaria avrebbe potuto assumere in una Barcellona proletaria, solida e organizzata attraverso i comitati di quartiere, protetti dai Comitati di Difesa.

Agustin COPERTINA

AGUSTÍN GUILLAMÓN dal 1993 pubblica in Spagna «Balance», rivista di storia del movimento operaio internazionale e della guerra di Spagna. Libri:

Intervento all’A.G. dell’U.S.P.D. della Grande-Berlino (Rosa Luxemburg, 1918)

12 décembre 2012

Traduction en italien du texte précédemment mis en ligne ici.

Il compagno Haase ha appena pronunciato una requisitoria contro la sua propria politica ed un’arringa in favore della politica degli Ebert-Scheidemann. Ha detto che Liebknecht era pronto a partecipare al governo, ma ha omesso di precisare la condizione fissata da Liebknecht. Questa condizione era che il nuovo governo faccia una politica socialista di principio. A questa condizione, oggi ancora, siamo tutti pronti a partecipare al governo. Per ciò che riguarda gli eventi di Schwartzkopff che ci segnala un compagno, si tratta solo di un cambiamento di stato d’animo di un’unità.

Cinque settimane sono passate dal 9 novembre. Nel frattempo la situazione si è radicalmente modificata. Oggi la reazione è molto più potente del primo giorno. E Haase di dirci: vedete la grandezza di ciò che abbiamo realizzato. Sarebbe stato il suo dovere mostrarci i progressi della controrivoluzione, che è stata favorita dal governo al quale Haase partecipa. Al posto di impedire la controrivoluzione, il governo ha rinforzato la borghesia e la reazione. Veramente, la borghesia non poteva augurare governo che gli sia più favorevole: è la foglia di vite che nasconde i suoi obiettivi controrivoluzionari.

L’attuale governo non ha neanche preso le misure più elementari. Ha annullato i debiti di guerra? Ha armato il popolo per la difesa della Rivoluzione? Ha vietato la Guardia rossa, e invece riconosciuta la Guardia bianca di Wels. Durante il golpe del 6 dicembre, tutti i figli della controrivoluzione finivano ad Ebert e Wels. Tutti gli ufficiali e tutti i generali, Lequis come Hindenburg, approvano la piattaforma scelta dal governo e Haase viene a dirci che questo governo è un governo socialista. Sono tali metodi che seminano la confusione nelle file del proletariato. All’indomani del 6 dicembre gli Indipendenti dovevano lasciare il governo, rifiutare di assumersi la responsabilità degli eventi per scuotere le masse, per dirloro,: « La Rivoluzione è in pericolo!  » Non si è fatto: hanno addormentato le masse, ed il discorso di Haase è stato solo il proseguimento di questa politica.

Haase ha elencato i risultati del nuovo governo: si tratta unicamente di riforme borghesi che ci dimostrano a quale livello retrogrado si trovava la Germania. Sono i vecchi debiti della borghesia e non le conquiste rivoluzionarie del proletariato che aspettavamo.

Haase ha detto poi che non dovevamo copiare servilmente la tattica dei Russi, perché, sul piano economico, la Germania è più avanzata. Ma dobbiamo apprendere dei Russi. I bolscevichi hanno dovuto cominciare con fare raccolte di esperienze. Possiamo appropiarci dei frutti di questa esperienza.

Il socialismo non è una questione di elezioni parlamentari, ma una questione di forza. I proletari devono affrontare la borghesia in una spietata lotta di classe, petto contro petto e faccia a faccia. Per questa lotta, bisogna armare il proletariato. Le discussioni e risoluzioni adottate alla maggioranza non hanno più importanza. Hasse ha chiesto il rinvio dell’Assemblea Nazionale ma considera sempre l’assemblea nazionale come l’arena della lotta politica. La direzione del partito degli Indipendenti aveva scelto aprile come data per l’Assemblea nazionale. I rappresentanti degli Indipendenti al governo hanno cambiato idea e fissato le elezioni per il 16 febbraio.

Haase ha celebrato il principio della democrazia. Allora se questo principio è valido, che si cominciasse dunque ad applicarlo all’interno del nostro partito. Ma allora bisogna convocare immediatamente il Congresso del nostro partito, affinché le masse possano dire se vogliono ancora questo governo.

Se l’U.S.P. ha appena subito a Berlino una sconfitta in occasione delle elezioni [al primo Congresso dei consigli di lavoratori e di soldati, 14-12-1918], la vera causa è la politica che conduce Haase in seno al governo. (interruzioni). Quale errore di renderne responsabili gli spartakisti , mentre siamo stati noi ad appellare alla coscienza socialista delle masse! Haase ed i suoi amici hanno combattuto quattro anni durante i sociali-patrioti per finalmente fare la pace con essi. Ecco perché sono i veri responsabili.

Haase ha voluto rimproverarci la sottomissione all’opinione della massa, col pretesto che rifiutiamo di prendere il potere senza l’accordo delle masse. Non ci sottomettiamo alle masse e non pratichiamo l’attendismo, ma intendiamo denunciare le vostre mezze-verità e le vostre debolezze. Così Haase ed i suoi amici lasciano il governo, questo gesto scuoterà le masse, aprirà loro gli occhi. Ma se persistete a coprire gli atti del governo, le masse si solleveranno e vi cacceranno. A presente, in periodo rivoluzionario, non sono i discorsi, gli opuscoli che possono costituire il lavoro di spiegazione necessario. Ciò che importa ora è la spiegazione attraverso gli atti.

È vero, la situazione in seno all’U.S.P. è insostenibile perché ci sono riuniti degli elementi che non vanno insieme. O siamo decisi a fare causa comune coi sociali-patrioti, o dobbiamo camminare con la Lega Spartaco. È il Congresso che dovrebbe decidere. Ma quando chiediamo la convocazione del Congresso, Haase si tappa gli orecchi, come lo faceva Scheidemann per non sentirci durante la guerra, quando formulavamo la stessa rivendicazione.

Sottometto all’assemblea la seguente risoluzione:

L’assemblea straordinaria degli aderenti dell’U.S.P. della Grande-Berlino riunita il 15-12-1918:

1. esige il ritiro immediato dei rappresentanti dell’U.S.P. dal governo Ebert-Scheidemann;

2. respinge la convocazione dell’assemblea nazionale che contribuirebbe solamente a rinforzare la controrivoluzione ed ad impedire la realizzazione degli obiettivi socialisti della Rivoluzione;

3. chiede il trasferimento immediato di tutti i poteri verso i Consigli di operai e di soldati, il disarmo della controrivoluzione, l’armamento della popolazione operaia, la costituzione di una Guardia rossa per difendere la Rivoluzione, lo scioglimento del Consiglio dei commissari del popolo di Ebert, la rimessa del potere di stato al Comitato esecutivo dei Consigli di operai e di soldati.

4. chiede la convocazione immediata del Congresso dell’U.S.P.

Viviamo un momento di importanza storica, poco tempo prima della riunione del Consiglio centrale [Congresso dei consigli di operai e di soldati]. La rivoluzione è quasi al baratro. Il proletariato deve trarrla con una stretta di ferro. Il governo ha fatto tutto per togliere in anticipo ogni potere al Consiglio centrale dei consigli, ha disarmato la popolazione civile ed il proletariato, ha preso delle misure dirette contro la rivoluzione che seminano la confusione nelle masse. È contro questa politica che si tratta di condurre una lotta implacabile. (Vivi applausi.)